Libro “5G, Cellulari, Wi-Fi”: Un esperimento sulla salute di tutti noi”

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Introduzione

Molte persone ormai hanno sentito parlare del cosiddetto “5G” – il nuovo standard per la comunicazione mobile che permetterà a brevissimo la nascita dell’“Internet delle cose” – e pensano che sia una semplice evoluzione delle tecnologie precedenti: il 2G, il 3G, il 4G, etc., e che perciò debba essere innocuo. In realtà, si tratta di una tecnologia del tutto diversa, che avrà un impatto notevole per le ragioni che verranno spiegate in questo libro. E non è neppure vero che un telefonino 3G (UMTS) sia meno pericoloso di un 2G (GSM), come molti credono: infatti, nonostante la potenza emessa dal 3G sia minore, vi sono già evidenze epidemiologiche e di laboratorio che mostrano come il danno al DNA e il rischio di tumore al cervello con l’UMTS sia maggiore.

Il 5G, una volta a regime, funzionerà prevalentemente con delle antenne phased array (cioè “schiera in fase”) a 24-26 GHz, ovvero con frequenze altissime. Un singolo array potrà contenere, ad esempio, qualcosa come 64 antenne che collaborano insieme per costituire un’emissione direzionale, cioè un potente fascio di radiazioni diretto verso l’utente. Le antenne 5G hanno, in alto, elementi emittenti a 3,5-3,6 GHz e, sotto, l’array appena descritto che terrà il collegamento con l’“Internet delle cose”: dal frigorifero che dirà al lattaio di portare il latte perché è finito ad altre applicazioni del genere, fino alle auto che si guidano da sole. Il segnale 5G sarà forte e ubiquo, perché non deve succedere che un’automobile a 80 o 100 km/h non abbia informazioni su dove andare.

Questo significa coprire tutta l’area cittadina e anche fuori di essa con un campo elettromagnetico che è molto più alto di quello che abbiamo adesso. Secondo il responsabile dell’ARPA che ha illustrato la situazione nella trasmissione Report di Raitre del 27/11/18, già solo nella fase iniziale il numero di antenne attuale dovrà triplicare, per cui in Italia si passerebbe dalle 60.000 odierne a 180.000 in un amen. Swisscom ha di recente chiesto al Palamento svizzero l’innalzamento dei limiti di esposizione, perché altrimenti non riuscirà a far funzionare il 5G. Per il momento, il Parlamento svizzero lo ha negato, ma non sappiamo fino a quando. È probabile che anche in Italia gli operatori faranno pressioni in tal senso, magari tramite organismi solo all’apparenza indipendenti 1.

Potreste dire “ok, e quindi?”, se non fosse che, a partire dal 1995, parallelamente con la crescita di antenne della telefonia mobile, si è assistito per vent’anni a una crescita quasi esponenziale del numero di persone diventate elettrosensibili da un giorno all’altro, e che in alcuni Paesi rappresentavano già nel 2005 il 10% della popolazione. Una percentuale significativa di costoro vive una “non vita”, tanto che alcuni arrivano perfino a suicidarsi. L’elettrosensibilità è un effetto a breve termine dei campi elettromagnetici, ma vi sono poi tutta una serie di effetti sanitari a lungo termine – tumori al cervello, infertilità maschile, malattie neurodegenerative, etc. – di cui finora stiamo vedendo solo la “punta dell’iceberg”, proprio perché si manifestano dopo vari anni.

La crescita esponenziale del numero di persone elettrosensibili nei vari Paesi avanzati (mostrata in figura) coincide con gli anni del boom della telefonia mobile.

I campi elettromagnetici artificiali sono in uso da quando si usa l’energia elettrica, quindi da circa un secolo, ma in maniera abnorme negli ultimi 30-40 anni, quando alle emissioni a bassa frequenza tipiche di elettrodotti e linee elettriche si sono aggiunte quelle ad alta frequenza tipiche della radio, della televisione, dei radar, degli impianti radio-ricetrasmittenti, delle stazioni radio base della telefonia mobile, dei telefoni cellulari e dei cordless, dei router e degli hotspot Wi-Fi, dei sistemi di comunicazione usati dalla domotica (Bluetooth, Z-Wave, ZigBee, etc.), per non parlare di tutta una serie di impieghi minori di cui quasi non ci accorgiamo più: dai baby monitor fino alle porte anti-taccheggio dei negozi.

I campi elettromagnetici a bassa frequenza prodotti dalle linee di trasmissione elettrica hanno un cambiamento di polarità di 50 volte al secondo, che induce pertanto delle correnti all’interno degli organismi che ne sono investiti. Tanto che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) nel 2001 ha classificato i campi magnetici a bassa frequenza come possibili cancerogeni per l’uomo. Nel frattempo, però, le ricerche svolte in laboratorio sugli animali hanno permesso di capire che i campi alla frequenza di rete (50 Hz) sono “co-promotori” del cancro, ovvero non lo provocano di per sé, ma in presenza di un agente carcinogeno ambientale ne favoriscono lo sviluppo, come suggerito da vari studi, non ultimo uno esemplare del 2016 eseguito dall’Istituto Ramazzini.

Le evidenze scientifiche dei danni prodotti dai campi elettromagnetici a radiofrequenza sono state invece ancora meglio determinate e ormai sono molto ben comprese. Qualche anno fa, nel 2011, lo IARC li classificò come “possibili cancerogeni” – invece che come “cancerogeni certi” – perché all’epoca non si avevano ancora gli studi su animali, che sono nel frattempo stati pubblicati. Ad esempio, sono stati fatti studi approfonditi dall’Istituto Ramazzini a Bologna e dal National Toxicology Program negli Stati Uniti (v. il Capitolo 8) che hanno colmato la lacuna di conoscenza che c’era nel 2011, e che potrebbero permettere presto di stabilire ufficialmente che le radiofrequenze sono dei cancerogeni certi per l’uomo, e dunque la cui esposizione è da evitare ai cittadini.

Secondo un recentissimo studio che è stato pubblicato online nel 2018 dalla rivista peer-reviewed Journal of Environmental and Public Health, in Inghilterra nel periodo 1995-2015 è stato  riscontrato un aumento sostenuto e molto significativo nell’incidenza del Glioblastoma Multiforme – il tumore cerebrale più aggressivo e rapidamente fatale – nel corso dei 20 anni esaminati e in tutte le fasce d’età, mentre i tassi per i tumori di gravità inferiore sono diminuiti, mascherando questa drammatica tendenza nei dati complessivi. E risultati simili si sono riscontrati anche in Svezia, con molti tumori cerebrali di tipo nuovo diagnosticati già nella fascia di età fra i 20 ed i 40 anni. E questo solo per citare due Paesi per i quali si hanno a disposizione studi con i dati più recenti, che forniscono quindi meglio il quadro reale della situazione e del trend in atto.

I tumori cerebrali sono a crescita lenta e possono richiedere decenni per svilupparsi dopo l’esposizione tossica. I tassi di cancro ai polmoni non aumentarono nella popolazione generale fino a più di tre decenni dopo che gli uomini americani avevano cominciato a fumare molto. Pertanto non deve stupire che non si sia ancora verificato un “boom” di casi nella popolazione generale: semplicemente non c’è stato ancora abbastanza tempo, come ammettono off-records gli esperti, e come la recente ricerca del Ramazzini sembra confermare al di là di ogni ragionevole dubbio. Negli Stati Uniti, i tumori del cervello e del sistema nervoso centrale rappresentano però già il tipo di cancro più comune nella fascia di età 15-19 anni, come mostrato da una dettagliatissima analisi pubblicata nel 2015 (vedi le fonti bibliografiche alle fine di quest’opera).

I tumori del cervello e del sistema nervoso centrale (CNS) rappresentano il tipo di cancro più comune nella fascia di età 15-19 anni fra i giovani americani, secondo una approfondita analisi sui tumori cerebrali. (fonte: Ostrom et al., 2016)

La soluzione è quella di usare tutto via cavo, compresi i telefoni. Il cellulare va considerato come una preziosa “radio di emergenza”, che serve quando siamo in pericolo per qualche motivo, ma non va usato per sostituire la conversazione via filo, mentre oggi l’andamento è esattamente l’opposto. Però, i rischi di tumore cerebrale sono 4 volte maggiori in chi usa i cellulari e tale legame è ben dimostrato. Non stupisce, quindi, che un neurochirurgo dell’Università di Roma abbia dichiarato, poco tempo fa, che nel loro Istituto una volta operavano un tumore cerebrale al mese, o ogni 20 giorni, mentre adesso operano tutti i giorni.

Noi in Italia abbiamo un limite di esposizione della popolazione alle radiofrequenze (di emittenti radio-televisive, torri della telefonia mobile, ponti radio, vari apparati di telecomunicazione fissi, etc.) fra 6 e 20 V/m, ma – come rivelato dal biologo Fiorenzo Marinelli – l’ICNIRP sta chiedendo di portare questo limite di esposizione a 61 V/m. Tutto ciò, naturalmente, è da confrontarsi anche con il fondo naturale pulsato al quale l’uomo ed i suoi apparati biologici sono evolutivamente abituati (fino al 1940 circa), che è di 0,0002 V/m, mentre dal 2007 c’è stata una impennata della densità di potenza delle radiazioni nell’ambiente urbano, che corrisponde all’aver cambiato profondamente l’ambiente.

I limiti di legge attuali sono stati fatti pensando ai soli effetti termici e dicendo che non esistono effetti al di sotto della soglia termica di 61 V/m stabilita dall’ICNIRP, che provoca un forte riscaldamento. In Italia, grazie al professor Livio Giuliani – un esperto di livello internazionale degli effetti dei campi elettromagnetici e già dirigente di ricerca dell’Unità Radiazioni dell’Ispesl – quando si discussero i limiti di legge da attuare, si riuscì a far approvare un criterio di precauzione fissando la soglia a 6 V/m per gli ambienti con permanenze delle persone superiori alle 4 ore, quali ad esempio abitazioni, scuole, etc. Tuttavia, grazie agli studi degli ultimi anni, sappiamo che questi 6 V/m attuali non sono sufficientemente cautelativi e andrebbero ulteriormente ridotti.

Come spiega il già citato Marinelli, un ricercatore che ha lavorato quasi una vita all’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Bologna, occupandosi degli effetti biologici dei campi elettromagnetici, “il paradosso più grave è che questa legge (che fu il decreto n.381 del 1998) escludeva dal suddetto limite di esposizione gli apparati mobili, cioè i telefoni cellulari, che successivamente furono classificati attraverso un sistema molto complicato che è quello del SAR, fissato per l’Europa in 2 W/kg, e che viene autocertificato dalle case che producono i telefoni cellulari. Per ottenere dentro il manichino usato per stabilire il SAR i 2 W/kg, bisogna emettere da fuori un campo di 307 V/m. Quindi, dire che un telefono cellulare rispetta la normativa di 2 W/kg, è come dargli una licenza d’uso a 307 V/m. Perciò, è un’assoluta assurdità!”.

“L’OMS e l’ICNIRP”, spiega Marinelli “dicono: limite di legge 61 V/m. Il limite in Italia – che è uno dei valori più bassi a livello internazionale – è di 6 V/m. Ma gli studi indipendenti dicono che bisognerebbe scendere almeno a 0,6 V/m o a 0,2 V/m. Tuttavia il problema principale sono i telefoni cellulari, che sfuggono a questa limitazione. Inoltre, i limiti di legge sono stati ‘costruiti’ per gli effetti termici immediati, mentre invece irradiare una persona con 2 V/m praticamente per tutta la vita fa, molto probabilmente, un danno ben maggiore di quello causato dalla esposizione occasionale ai 6 V/m stabiliti dalla legge”. Inoltre, come spiega Giuliani, “diversamente da quello che l’uomo della strada pensa, gli effetti delle radiofrequenze non dipendono solo dall’intensità delle emissioni, ma anche dalle loro forme d’onda, frequenza e fase”.

Non dobbiamo dimenticare poi che, nel 2011, la risoluzione n.1815 del Parlamento Europeo dà un’indicazione precisa, e dice “bisogna diminuire al massimo l’esposizione dei cittadini, perché ci sono delle evidenze di possibile danno” 2. Non solo, ma con le conoscenze attuali non dobbiamo più parlare di principio di precauzione – come si faceva alcuni anni fa quando non si sapevano moltissime delle cose di seguito esposte in questo libro, soprattutto relativamente agli effetti biologici e sanitari delle onde elettromagnetiche ad alta frequenza ed a bassa frequenza – bensì dobbiamo parlare di principio di prevenzione, perché oggi sappiamo che le onde elettromagnetiche sono dannose.

L’ultimo aspetto che va sottolineato è il conflitto di interessi potenziale che può influenzare pesantemente la conoscenza scientifica in questo delicatissimo settore. Il grafico a torta seguente – realizzato dal Dr. Henry Lai, dell’Università di Washington – mostra che, se gli studi scientifici non sono finanziati dall’industria, trovano effetti dei campi elettromagnetici a radiofrequenza per il 70% e non li trovano per il 30%. Viceversa, se gli studi sono finanziati dall’industria, trovano effetti solo per il 32% e non li trovano per il 68%. Questa è l’esplicitazione numerica del paventato conflitto di interessi, cioè l’industria sembra favorire/finanziare pubblicazioni scientifiche che servano a “bilanciare” quelle ottenute da scienziati indipendenti o operanti nel settore pubblico.

Purtroppo, come osservato dal prof. Angelo Gino Levis, a cui si deve la storica sentenza del tribunale di Ivrea sulla relazione fra neurinoma e uso del cellulare 3,4, “oggi una gran parte della scienza subisce un processo di ‘secolarizzazione’, cioè di immobilità. Certe posizioni ufficiali sono ferme da 60 anni, nonostante le conoscenze scientifiche sull’argomento siano enormemente progredite. Inoltre, quando si ha a che fare con un problema nel quale sono coinvolti interessi planetari – e oggi quelli delle tecnologie che comportano la produzione e l’utilizzo di campi elettromagnetici, come la generazione di elettricità e la telefonia mobile, superano quelli che in passato ha avuto l’industria automobilistica – i conflitti di interesse possono influenzare in maniera determinante le conoscenze scientifiche, la normale dialettica fra i ricercatori e, in ultima analisi, l’informazione che arriva al grande pubblico”.

L’esplicitazione numerica del conflitto di interessi nel settore della ricerca sugli effetti sanitari dei campi elettromagnetici a radiofrequenza.

Molti cittadini pensano che alcune Istituzioni pubbliche possano, nonostante tutto, proteggere il cittadino, ma potrebbe non essere proprio così. Infatti, la voglia di deregolamentare il settore con una varietà di norme e di interpretazioni sempre più “larghe” delle stesse è stata ed è, in questo settore, più forte di quella di stabilire dei limiti di legge cautelativi e di farli in qualche modo rispettare. Inoltre, le leggi nazionali che regolano l’installazione delle nuove antenne sono state via via semplificate a favore degli operatori di telefonia. Le nuove normative sulle misurazioni, poi, sono tali che le ARPA non riescono a fare rilievi di routine con valore legale. Ed i Comuni non hanno più in mano strumenti legislativi efficaci per poter imporre qualcosa agli operatori. E quando l’ultimo baluardo rimasto è costituito – come in questo caso – solo da giornalisti e scienziati, allora situazione appare critica e preoccupante.

Già subito dopo l’approvazione della legge quadro in materia di esposizione ai campi elettromagnetici, è iniziato un percorso di progressivo allontanamento da parte istituzionale rispetto a posizioni di protezione e cautela, a discapito della tutela della salute. La parabola discendente corrisponde in qualche modo ad un progressivo allontanamento di Livio Giuliani, di certo non voluto da lui, dalla possibilià di intervenire direttamente con le prerogative che la legge comunque gli attribuiva come dirigente dell’Ispesl (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro), l’organo che aveva espresso l’atteggiamento più cautelativo nei confronti dei campi elettromagnetici. E infatti l’Ispesl è stato eliminato, o meglio accorpato nell’Inail, rendendolo di fatto “innocuo” 5.

Come osservato in un Convegno “Stop 5G” dalla dr.ssa Fiorella Belpoggi, biologa e dirigente dell’Area ricerca del prestigioso Istituto Ramazzini di Bologna, “l’industria chimica e quella delle automobili non possono mettere sul mercato un prodotto senza aver prima fatto degli studi su se ci siano degli effetti sulla salute; alla telefonia mobile ciò non è mai stato chiesto. Anche tale industria, invece, dovrebbe essere obbligata a seguire un certo percorso, altrimenti sostenibilità e salute – parole di cui ci siamo riempiti la bocca in questi anni – vanno a ‘farsi friggere’ ”. Il problema, inoltre, è che in Italia, per guadagnare dalle licenze sulla concessione delle frequenze radio-televisive, lo Stato ha reso gli operatori e gestori di telefonia mobile, di fatto, dei concessionari privati di un servizio. Ed abbiamo visto con il “caso Autostrade” cosa ciò comporti nel caso si verifichi un “imprevisto” e si renda opportuna una revoca.

In questo libro, troverete un quadro completo e aggiornato delle evidenze scientifiche e scoprirete moltissime cose che non sapevate semplicemente perché, da una parte, non vi era interesse affinché voi ne veniste a conoscenza e, dall’altra, perché è solo guardando alla foresta nel suo complesso e non ai singoli alberi che si può realmente capire la portata e l’importanza di tali tematiche; il tutto raccontato così come emerge dalle ricerche degli ultimi anni, le quali stanno ribaltando completamente il rassicurante quadro di qualche anno fa, dando finalmente delle certezze che richiedono degli interventi a tutela della salute dei cittadini e della loro libertà. Come dice il già citato Marinelli in una slide che mostra nelle sue conferenze in giro per l’Italia, “irradiare una persona senza il suo consenso andrebbe considerato un crimine!”.

Per facilitare la lettura anche alle persone che hanno poco tempo, ogni capitolo del libro è stato reso il più possibile “stand-alone”, cioè indipendente dagli altri. Quindi potete scorrere l’indice e cominciare dal capitolo che più vi interessa e poi, se qualche altro argomento o approfondimento vi attira, proseguire la lettura, saltellando da un capitolo all’altro. Alla fine, probabilmente capirete che si tratta di temi così importanti e poco noti che ne leggerete almeno metà. D’altra parte, si tratta di preziose informazioni che ogni cittadino dovrebbe avere, per poter compiere le proprie scelte in maniera informata, esattamente come quando decidiamo di fumare oppure, al contrario, di non fumare per non mettere a rischio la nostra salute e quella dei nostri figli.

Il parallelo con il fumo non è casuale, e non solo per il lungo periodo di latenza fra esposizione e sviluppo del cancro. Tutti abbiamo visto delle radiografie con i danni che esso provoca ai polmoni. Ebbene, vari studi recenti hanno costantemente riportato un aumento della permeabilità della barriera emato-encefalica e un deterioramento cognitivo dopo l’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza, confermando i risultati pionieristici di Leif Salford e colleghi, che per primi dimostrarono come l’esposizione dei ratti alle radiazioni dei telefoni cellulari causi nel giro di sole 2 ore dei “buchi” – mostrati dall’immagine altrettanto iconica che potete trovare alla pagina seguente – in questa fondamentale barriera fra i vasi sanguigni ed il resto del cervello. Ciò permette l’accesso a sostanze chimiche tossiche nel cervello, e può in parte spiegare perché molte persone elettrosensibili siano affette anche dalla cosiddetta “Sensibilità Chimica Multipla” (MCS).

L’impressionante immagine dei “buchi” prodotti nella barriera emato-encefalica del cervello di un mammifero esposto per appena 2 ore alle radiazioni alla frequenza delle microonde emesse da un telefono cellulare. (Persson, Salford et al., 2012)

Infine, come risulterà chiaro dalla lettura del libro, è assai importante conoscere il livello di elettrosmog nel proprio ambiente di vita (casa e ufficio), e soprattutto l’intensità del campo prodotto dal proprio smartphone, dato che con il traffico dati attivo molti apparecchi emettono valori elevati di radiazioni h24, se non spenti. Vengono quindi illustrati semplici metodi con cui anche la casalinga di Voghera può fare da sé le misurazioni, che evidentemente non hanno valore legale, ma vi è un accenno alle linee guida professionali per rilevazioni più accurate. L’errore dichiarato degli strumenti consigliati è dell’ordine del 10%, e superiore per quelli analogici: sono quindi adatti sia per valutazioni relative sia per fornire una rapida valutazione preliminare dei valori assoluti.

Chi fosse interessato a saperne di più sugli argomenti trattati è invitato a consultare l’ampia bibliografia collocata alla fine del libro, ricca peraltro di pubblicazioni apparse proprio negli ultimi anni. Ma soprattutto, poiché quest’opera viene rilasciata sotto licenza copyleft, chiunque è libero di inviare il presente file pdf – anzi, è invitato a farlo! – a familiari, amici e colleghi, e può liberamente pubblicarlo e renderlo scaricabile tramite il proprio sito web o le proprie pagine social, al fine di diffondere il più rapidamente possibile la consapevolezza su questi temi. Per le citazioni dell’opera, scaricabile dal sito dell’AIE, si adotti la dicitura: “AA.VV., 5G, Cellulari, Wi-Fi: Un esperimento sulla salute di tutti, 2019”.

Come sarà evidente dal prosieguo della lettura, quest’opera è in realtà il frutto del lavoro, diretto o indiretto, di più persone, molte delle quali impegnate nello studio degli effetti delle onde elettromagnetiche e/o nella divulgazione al grande pubblico di tali argomenti.

Nel momento dei ringraziamenti, quindi, non si può non sottolineare il rilevante contributo a questo saggio portato da scienziati esperti come Fiorenzo Marinelli (biologo, già ricercatore presso l’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Bologna, dove ha condotto per molti anni diverse ricerche sugli effetti biologici della radiofrequenza emessa dai telefoni cellulari, dai radar, dal Wi-Fi e da altri dispositivi mobili, pubblicate su riviste internazionali peer-reviewed. In questo libro sono citate alcune delle ricerche più significative svolte nella propria carriera, oltre che mostrate alcune slide tratte da sue conferenze divulgative (come pure da quelle del biologo Andrea Vornoli, dell’Istituto Ramazzini). Attualmente, Marinelli è ricercatore del Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibile (CIRPS) dell’Università “La Sapienza” di Roma, e collabora pure, per nuovi studi, con l’Università dell’Insubria.  

Un sentito ringraziamento va anche al dr. Mario Menichella (fisico, già Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), per i 5 capitoli riguardanti le misurazioni dei campi elettromagnetici, a Maurizio Martucci, giornalista investigativo de Il Fatto Quotidiano, per il suo lavoro qui più volte citato, nonché – per la lettura critica del testo per le rispettive aree di competenza – al prof. Livio Giuliani (già dirigente dell’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) ed a Fiorella Belpoggi (direttrice Area ricerca dell’Istituto Ramazzini). Si ringrazia, infine, per i suggerimenti forniti, Luigi Poderico (ingegnere elettronico, già dirigente presso un gestore di telefonia), Valerio Cinti (fisico, Centro ricerche Enel di Pisa), Paolo Orio (medico, presidente dell’Associazione Italiana Elettrosensibili).

Buona lettura!

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(per gentile concessione dell’Associazione Italiana Elettrosensibili)

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