Le mappe delle acque più inquinate in Italia

Il monitoraggio delle acque italiane – va detto subito – non è né omogeneo né completo, specie al sud. Vi sono aree geografiche studiate al microscopio (come alcune zone del Nord) e Regioni dove si brancola nel buio. La responsabilità ricade sulle Regioni e sulle Agenzie regionali per l’ambiente locali.

Anche l’informazione del pubblico sui livelli de principali inquinanti potenzialmente pericolosi per la salute è spesso assente o assai lacunosa sia a livello nazionale che regionale e locale: ad es. il “Portale Acque” del Ministero della Salute è largamente sconosciuto e sottoutilizzato. E, già per i pochi inquinanti di cui si ha informazione, il quadro che emerge è desolante: la maggior parte delle acque superficiali e sotterranee, nonché delle coste italiane, risultano contaminate oltre limiti accettabili.

Il “Portale Acque” mostra l’inquinamento locale, ma solo del mare, solo microbiologico e solo impostando prima il Comune. Di sicuro migliorabile e da arricchire di dati.

Malagestione dei rifiuti (ad es. sparsi sui campi agricoli sotto forma di fanghi di depurazione “imbottiti” per risparmiare sui costi dello smaltimento in discarica), discariche e scarichi industriali non a norma, menefreghismo e mancanza di senso civico: la lista della cause di questa situazione potrebbe essere lunga una pagina, ma il risultato è che il 90% delle nostre acque dolci e di rubinetto – e dei mari – è inquinato da “qualcosa”, ed i livelli di inquinamento raggiunti sono talvolta decisamente alti.

 

Le acque superficiali e sotterranee

Sull’inquinamento delle acque sotterranee italiana uno squarcio della reale situazione è stato gettato di recente dal “Rapporto Nazionale sui Pesticidi nelle Acque”, prodotto dall’ISPRA e uscito nel 2016, sebbene esso sia limitato soltanto a valutare questo particolare genere di inquinanti, ignorando tutti gli altri.

In realtà, c’è la necessità di un aggiornamento complessivo dei programmi di monitoraggio, che non tengono conto dei pesticidi immessi sul mercato in anni recenti. Tra quelli attualmente commercializzati anche in elevati volumi, ce ne sono 32 classificati pericolosi – di cui 27 pericolosi per l’ambiente acquatico – non inclusi nel monitoraggio. Ad ogni modo, già i risultati del monitoraggio delle “vecchie” sostanze risultano allarmanti.

Alcune delle 32 sostanze pericolose NON incluse nel monitoraggio dei pesticidi.

Sono circa 130.000 le tonnellate di prodotti fitosanitari utilizzate ogni anno in Italia. Ad essi, si aggiungono i biocidi, impiegati in tanti settori di attività. Il monitoraggio di queste sostanze è importante perché non si hanno informazioni sulle quantità e sulla distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio, a differenza di quanto avviene per altri tipi di inquinanti (ad es. di origine industriale), con alcune eccezioni, come ad es. i fanghi di depurazione “imbottiti” di rifiuti per lo più di origine sconosciuta.

Nel biennio 2013-2014 – oggetto del Rapporto in questione – sono stati analizzati 29.220 campioni, per un totale di 1.351.718 misure analitiche, con un sensibile aumento rispetto al biennio precedente. Nel 2014, in particolare, le indagini hanno riguardato 3.747 punti di campionamento e 14.718 campioni e sono state cercate complessivamente 365 sostanze (nel 2012 erano 335).

Sono state trovate 224 sostanze diverse, un numero assai più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012). Le acque superficiali “ospitano” pesticidi nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio controllati (nel 2012 la percentuale era del 56,9%); nelle acque sotterranee, sono risultati contaminati il 31,7% dei 2.463 punti campionati (erano il 31% nel 2012).

Il risultato complessivo indica un’ampia e preoccupante diffusione della contaminazione, maggiore nelle acque di superficie, ma elevata anche in quelle sotterranee, con pesticidi presenti anche nelle falde profonde, che sono naturalmente protette da strati geologici poco permeabili.

Gli erbicidi sono ancora le sostanze più rinvenute nelle analisi svolte, soprattutto a causa dell’utilizzo diretto sul suolo, spesso concomitante con i periodi di maggiore piovosità di inizio primavera, che ne determinano un trasporto più rapido nei corpi idrici superficiali e sotterranei. Rispetto al passato, è aumentata notevolmente la presenza di fungicidi e insetticidi, soprattutto perché è aumentato il numero di sostanze cercate e perché la loro scelta è più mirata agli usi su territorio.

Nelle acque superficiali, 274 punti di monitoraggio (pari al 21,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali. Le sostanze che più spesso hanno determinato il superamento sono: glifosate e il suo metabolita AMPA (acido aminometilfosforico), metolaclor, triciclazolo, oxadiazon, terbutilazina e il suo principale metabolita, la desetil-terbutilazina.

I livelli di contaminazione da pesticidi delle acque superficiali nel 2014. (fonte: ISPRA)

Purtroppo, però, il glifosate e il metabolita AMPA – presenti rispettivamente nel 39,7% e nel 70,9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali – vengono cercati solo in Lombardia e Toscana, dove sono tra i principali responsabili del superamento dei limiti di qualità ambientali.

Nelle acque sotterranee, 170 punti (pari al 6,9% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale. Le sostanze più frequentemente rinvenute sopra il limite sono, in questo caso: bentazone, metalaxil, terbutilazina e desetil-terbutilazina, atrazina e atrazina-desetil, oxadixil, imidacloprid, oxadiazon, bromacile, 2,6-diclorobenzammide, metolaclor.

I livelli di contaminazione da pesticidi delle acque sotterranee nel 2014. (fonte: ISPRA)

Sia nelle acque superficiali, sia in quelle sotterranee, è diffusa è la presenza dei neonicotinoidi (in particolare, l’imidacloprid e il tiametoxan, che hanno anche determinato il superamento dei limiti di qualità), la classe di insetticidi più utilizzata a livello mondiale e largamente impiegata anche in Italia. Uno studio condotto a livello mondiale (“Task Force sui Pesticidi Sistemici”, 2015) evidenzia come l’uso di queste sostanze sia uno dei principali responsabili della perdita di biodiversità e della morìa di api.

Nel complesso, la contaminazione è risultata essere più ampia nella pianura padano-veneta, dove però le indagini sono generalmente più efficaci: nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale. L’analisi dei dati di monitoraggio, peraltro, non evidenzia una diminuzione della contaminazione.

In alcune Regioni, la contaminazione è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a interessare oltre il 70% dei punti delle acque superficiali in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, con punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria. Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia (50% dei punti), in Friuli (68,6%), in Sicilia (76%).

Nel periodo 2003-2014,la percentuale di punti contaminati nelle acque superficiali è aumentata di circa il 20%, in quelle sotterranee di circa il 10%. Il fenomeno si spiega in parte col fatto che in vaste aree del centro-sud, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata. La risposta dell’ambiente, inoltre, risente della persistenza delle sostanze e delle dinamiche idrologiche spesso molto lente, specie nelle acque sotterranee, che possono determinare un accumulo di inquinanti.

Più che in passato, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, contenenti anche decine di componenti diversi. Ne sono state trovate fino a 48 sostanze in un singolo campione, mentre la media è di “soli” 4 contaminanti per campione. “La tossicità di una miscela” – precisa l’ISPRA nel proprio comunicato stampa – “è sempre più alta di quella dei singoli componenti”.

Si deve, pertanto, tenere conto che l’uomo e gli altri organismi sono spesso esposti attraverso l’acqua a “cocktail” di sostanze chimiche, di cui a priori non si conosce la composizione. È necessario prendere atto di queste evidenze, confermate a livello mondiale, e del fatto che le metodologie utilizzate in fase di autorizzazione, che valutano le singole sostanze e non tengono conto degli effetti cumulativi, debbono essere analizzate criticamente al fine di migliorare la stima del rischio.

Il rapporto dell’ISPRA viene costruito sulla base dei dati forniti dalle Regioni e dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, ma la copertura del territorio non è completa né omogenea soprattutto per quanto riguarda le regioni centro – meridionali: non si dispone di informazioni relative a Molise e Calabria e mancano i dati relativi a cinque Regioni per quanto riguarda le acque sotterranee.

La rete di monitoraggio delle acque sotterranee è pressoché assente al Sud e molto lacunosa al Centro. Ogni commento è superfluo. (fonte: ISPRA)

 

I grandi laghi italiani

La maggior parte dei laghi italiani – in pratica, il 60% su un totale di 155 corpi idrici presi in considerazione – rientrano, secondo i dati dell’ISPRA, nella classe di qualità “sufficiente-scarso-cattivo”. Lo dimostrano i dati dei monitoraggi sulla qualità degli ecosistemi lacustri, valutata secondo quanto indicato dalla direttiva quadro sulle acque, la 2000/60. Certamente, non una buona notizia.

Il preoccupante quadro è confermato anche da Legambiente, che dal 2006 monitora annualmente – con la campagna “Goletta dei Laghi” – la salute dei principali laghi italiani, da quelli prealpini a quelli dell’Italia centrale, che negli ultimi anni sono risultati sempre più minacciati da scarichi fognari non depurati, oltre ad essere sempre più a secco sia per il cambiamento climatico sia per l’eccessivo sfruttamento.

I laghi monitorati da Goletta dei Laghi sono 14, con 100 punti campionati. Di questi ultimi, la metà sono risultati inquinati per mancata depurazione, mentre 11 laghi (fra cui il lago di Garda, di Como, di Iseo, di Bracciano, del Trasimeno), sono risultati in forte sofferenza idrica, con un elevato abbassamento delle acque per colpa dell’eccessiva captazione e del sovrasfruttamento della risorsa idrica.

Per quanto riguarda l’inquinamento, su 100 punti monitorati, il 50% è risultato inquinato da scarichi non depurati, e nel 90% sono stati trovati rifiuti dispersi nell’ambiente. Alcuni punti sono risultati essere veri e propri “malati cronici”, risultando inquinati ad ogni edizione della campagna partita nel 2006, e caratterizzati dall’inefficienza degli impianti o dalla presenza di scarichi abusivi.

Riassunto dei risultati ottenuti da Goletta dei Laghi 2017. (fonte: Legambiente)

I 100 punti campionati sono soprattutto le foci dei fiumi, torrenti, gli scarichi ed i piccoli canali che si trovano lungo le rive dei laghi, punti spesso segnalati dai cittadini attraverso il servizio SOS Goletta. i parametri indagati dal laboratorio mobile della Goletta dei Laghi hanno riguardato la ricerca di batteri di origine fecale, con le metodologie indicate dalla normativa vigente in Italia.

Dei 100 punti monitorati, il 50% è risultato fuori dai limiti previsti dalla legge per quanto riguarda il divieto di balneazione. Nel 90% dei siti campionati i tecnici hanno registrato presenza di rifiuti urbani frutto della cattiva gestione a monte e dell’abbandono, come plastica, ma anche polistirolo, vetro, metallo, carta, rifiuti da mancata depurazione (come cotton fioc, assorbenti, blister di medicinali, etc.).

Le criticità evidenziate sono solo lo specchio di quanto confermato dalle procedure di infrazione e dalle condanne  a carico dell’Italia in tema di depurazione delle acque reflue (direttiva 91/271/CEE). Ve ne sono state tre, finora: nel 2004, nel 2009, nel 2014. Condanne che portano inevitabilmente a pagare salatissime multe: finanche decine di milioni di euro al giorno finché le irregolarità non verranno sanate.

Le procedure di infrazione UE costano decine di milioni di euro al giorno agli Italiani, soldi che potrebbero usati per i controlli e la prevenzione dell’inquinamento. (fonte: Legambiente)

Inoltre, per il secondo anno consecutivo, Legambiente ha condotto – in collaborazione con l’ENEA, che ne elaborerà i risultati – il monitoraggio sulla presenza di microplastiche, seguendo un protocollo finora eseguito solo nei mari. Durante i vari campionamenti, i tecnici di Goletta hanno usato una particolare rete a maglia ultrafine in grado di catturare le microparticelle inferiori a 5 mm.

Le microplastiche derivano dalla disgregazione dei rifiuti dispersi nell’ambiente ma possono avere anche una diversa origine, di tipo primario, e venire prodotte direttamente di tali dimensioni. Si tratta di pellets da pre-produzione (anche detti nurdles o lacrime di sirena), fibre tessili o microsfere abrasive che vengono utilizzati principalmente nella cosmesi. Perciò, la prevenzione è fondamentale.

Nel 2016, Goletta dei Laghi ha accertato la presenza di microplastiche in tutti i laghi monitorati e in tutti i campioni prelevati. I laghi in cui sono state trovate più particelle sono l’Iseo e il Maggiore, con valori medi di densità di 40.396 e 39.368 microplastiche su chilometro quadrato di superficie campionata. La tipologia delle microplastiche trovate è riportata nella figura qui sotto.

Le varie tipologie di microplastiche trovate da “Goletta dei Laghi”. (fonte: Legambiente)

Goletta dei Laghi sottolinea che “per fermare gli scarichi inquinanti servono investimenti nel settore della depurazione e controlli su quelli abusivi utilizzando la legge sugli ecoreati”. E Legambiente fa proprio un appello: “Chiediamo alle autorità competenti di intervenire applicando la nuova legge 68 del 2015 sugli ecoreati, che in diverse situazioni si è rivelata molto efficace anche su questo fronte”.

 

Le acque dei mari italiani

La campagna annuale di Legambiente “Goletta Verde”, nel suo viaggio lungo 7.412 chilometri di costa, monitora lo stato dei mari italiani, sempre più minacciati da mala-depurazione, rifiuti, illegalità ambientali e cambiamenti climatici. Il quadro che è emerso nel 2017 è tutt’altro che rassicurante.

I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, Escherichia coli). Su 260 punti campionati lungo tutta la costa italiana, sono 105 – pari al 40% – i campioni di acqua analizzata risultati inquinati con cariche batteriche elevate, in pratica al di sopra dei limiti di legge sulle acque di balneazione vigente attualmente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010).

Si tratta di un inquinamento legato alla presenza di scarichi fognari non depurati. Dei 105 campioni di acqua risultati con cariche batteriche elevate, ben 86 (ovvero l’82%) registrano addirittura un giudizio di fortemente inquinato: sono quelli che superano di più del doppio i limiti di legge, mentre il restante 18% è semplicemente “inquinato”, ovvero superiore ai limiti di legge ma meno del doppio.

La mappa di Legambiente dell’inquinamento dei mari, dei laghi e di alcuni corsi d’acqua. Link

L’87% dei punti inquinati e fortemente inquinati sono stati prelevati alle foci di fiumi, torrenti, canali, fiumare, fossi o nei pressi di scarichi, che si confermano la principale fonte di immissione di inquinanti in mare. Non a caso, la normativa comunitaria chiede di monitorare anche i punti più a rischio di inquinamento e non limitarsi a verificare la balneabilità delle spiagge.

Il portale “Urban Waste Water Treatment Directive (UWWTD) site for Europe” riporta dati e statistiche disarmanti. Al 2014, in Italia solo il 41% del carico generato subisce un trattamento conforme alla direttiva, rispetto ad una media europea del 69%: su 28 paesi l’Italia è al 23-esimo posto. Gli scarichi relativi a 577 mila Abitanti Equivalenti (AE), inoltre, non subiscono alcun trattamento depurativo. E degli impianti di trattamento risulta conforme poco più della metà a livello nazionale, ovvero il 54%.

La situazione migliore anche nel 2017 si è osservata in Sardegna, che si distingue con sole 5 situazioni critiche rilevate in corrispondenza di foci di fiumi, fossi e canali. Anche la Puglia registra un buon risultato. In alto Adriatico, le situazioni migliori si riscontrano in Emilia Romagna e Veneto. Critiche – per quanto riguarda la presenza di diversi scarichi non depurati che finiscono in mare, prevalentemente attraverso fiumi, fossi, canali e tubature – le situazioni registrate in Abruzzo, Sicilia, Campania e Lazio.

Preoccupa anche il perdurare di alcune situazioni critiche – ovvero già registrate nelle precedenti edizioni della campagna di monitoraggio – con ben 38 malati cronici contro i quali Goletta Verde punta il dito: si tratta di quei punti che sono risultati inquinati mediamente negli ultimi 5 anni e che si concentrano soprattutto nel Lazio (8), in Calabria (7), in Campania e in Sicilia (5).

Legambiente ha presentato alle Capitanerie di Porto 11 esposti, uno per ogni regione in cui sono presenti i malati cronici di inquinamento, sulla base della legge sugli ecoreati che ha introdotto i delitti ambientali nel Codice Penale, tra cui il reato di inquinamento ambientale (art. 452bis c.p.). Un’azione pensata per chiedere alle Autorità competenti di intervenire per fermare i numerosi scarichi inquinanti.

Non va meglio sul fronte dell’informazione ai cittadini, sui divieti di balneazione e sulla cartellonistica informativa che dovrebbe essere presente nella spiagge balneabili, essendo obbligatoria a carico dei Comuni costieri da anni. Stenta ancora a decollare un sistema davvero integrato tra i vari Enti preposti per fornire informazioni chiare. Nei 91 punti vietati alla balneazione dalle autorità competenti, solo 23 presentano un cartello di divieto di balneazione, e dunque la gente vi fa il bagno.

Oltre alla maladepurazione, il Mediterraneo è uno dei mari più minacciati dal marine litter, i rifiuti che galleggiano in mare e quelli spiaggiati, frutto della cattiva gestione a monte, dell’abbandono consapevole e della cattiva depurazione. Nel 18% dei punti monitorati dai tecnici di Goletta Verde è stata riscontrata la presenza di rifiuti da mancata depurazione: assorbenti, blister, salviette ma, soprattutto, di cotton fioc: in 46 spiagge monitorate da Legambiente ne sono stati trovati ben 7.000.

 

Riferimenti bibliografici

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