Effetti biologici dei campi a radiofrequenza

Qual è il meccanismo d’azione che fa sì che con l’esposizione ai campi elettromagnetici aumenti il rischio delle persone – soprattutto dei bambini – di sviluppare, sul lungo termine, un tumore o altre gravi patologie? Se noi riusciamo a spiegarlo, il cerchio aperto dagli studi epidemiologici e da quelli sugli animali, inevitabilmente, si chiude. Dobbiamo quindi capire come un campo elettromagnetico agisce a livello biologico.

I negazionisti a oltranza – cioè quelli che vogliono cercare di negare gli effetti biologici dei campi elettromagnetici contando sull’ignoranza delle persone – di solito, messi alle strette, si rifugiano “in calcio d’angolo” sostenendo che si tratta comunque di radiazioni non-ionizzanti: dato che non strappano gli elettroni agli atomi, concludono, non fanno danno, ed alcuni di loro arrivano addirittura a dire che sono protettive per la salute, suscitando l’ilarità di chi invece conosce bene l’argomento.

In effetti, le radiazioni ionizzanti – cioè quelle che hanno un’energia maggiore di 14 MeV – sono molto pericolose perché in grado di mettere o togliere una carica elettrica nelle molecole biologiche, per cui la molecola resta carica elettricamente. Questa alterazione elettrica delle molecole fa sì che poi reagiscano in modo diverso: quando ciò avviene, ad esempio, su una molecola di DNA, addirittura si può avere una incapacità di leggere la sequenza del DNA, cioè l’informazione di base presente sulla molecola, con conseguenze aberranti a livello cellulare, in quanto le cellule mutate non sono più in grado di produrre le proteine.

Le radiazioni non ionizzanti – cioè le radiazioni elettromagnetiche a bassa frequenza ed a radiofrequenza responsabili dell’elettrosmog, ed in particolare queste ultime, di cui parliamo in modo particolare in questo capitolo – non sono in grado di fare questa operazione così drastica sulle molecole, però possono indirizzare in modo diverso le reazioni metaboliche che avvengono nelle cellule, come sarà fra poco chiaro.

Gli effetti biologici delle radiazioni non ionizzanti

Come ha raccontato il dott. Paolo Orio nel suo intervento a un convegno nazionale sull’elettrosmog, nel 2012 due scienziati russi hanno pubblicato un importante lavoro dal titolo “Comparison of cytotoxic and genotoxic effects of plutonium-239 alpha particle and mobile phone GSM 900 radiation in the Allium cepa test”. In pratica, hanno preso le cellule di un vegetale, la cipolla – che non è condizionabile psicologicamente – e le hanno sottoposte a due tipi di radiazioni: quelle ionizzanti, che causano la rottura dei legami molecolari, e quelle non-ionizzanti, che apparentemente non dovrebbero causare tali rotture.

L’obiettivo di questo studio era, in particolare, quello di confrontare gli effetti citotossici e genotossici delle particelle alfa del plutonio-239 e delle radiazioni del telefono cellulare modulato GSM 900 (mod. Sony Ericsson K550i) in un test sull’Allium cepa. Tre bulbi sono stati pertanto esposti alle radiazioni del telefono per 0 (controllo), 3 e 9 ore. Un gruppo di controllo positivo è stato trattato per 20 minuti con radiazioni alfa di plutonio-239. Sono state analizzate anomalie mitotiche, aberrazioni cromosomiche, micronuclei e indice mitotico.

Il risultato di questo esperimento è che il danno biologico, nei due casi (radiazioni ionizzanti e radiazioni non-ionizzanti), risulta essere praticamente sovrapponibile, e consiste in: aumento della mitosi cellulare, alterazione dei cromosomi, deformazione dei micronuclei, etc. Le radiazioni del telefono cellulare GSM 900 e le radiazioni alfa del plutonio-239 hanno inoltre indotto effetti sia clastogeni (una forma di mutagenesi che può essere all’origine di una carcinogenesi) che aneugenici (cioè mutageni a carico del numero di cromosomi).

L’articolo che dimostra come gli effetti biologici delle radiazioni non ionizzanti di un cellulare siano simili a quelli delle radiazioni ionizzanti.

In particolare, l’esposizione alle radiazioni alfa del plutonio-239 e l’esposizione alla radiazione modulata dal cellulare per 3 e 9 ore hanno aumentato significativamente l’indice mitotico. Tuttavia, l’attività aneugenica indotta dalle radiazioni dei telefoni cellulari era più pronunciata. Dopo 9 ore di esposizione alle radiazioni dei telefoni cellulari, sono state rilevate cellule poliploidi, metafasi di tre gruppi, amitosi e alcune anomalie non specificate, che non sono state registrate negli altri gruppi sperimentali.

È importante sottolineare che la radiazione del telefono mobile GSM 900 ha aumentato la frequenza delle anomalie mitotiche e cromosomiche in modo dipendente dal tempo di esposizione, il che evidenzia una relazione causa-effetto e l’importanza del tempo di esposizione. “A causa della sua sensibilità”, concludono quindi gli autori dell’articolo, “il test Allium cepa può essere raccomandato come utile test citogenetico per valutare gli effetti citotossici (cioè che alterano le funzioni della cellula, ndr) e genotossici (cioè a carico delle strutture cromosomiche, ndr) dei campi elettromagnetici a radiofrequenza”.

Il principale meccanismo di danno alle radiofrequenze

Ma come è possibile che la radiazione a radiofrequenza emessa da un cellulare mi produca lo stesso danno di una radiazione ionizzante quale i raggi alfa del plutonio, i raggi X o i raggi gamma? Beh, la seguente figura, tratta dalla meta-analisi del 2015 intitolata “Oxidative mechanisms of biological activity of low intensity radiofrequency radiation”, di Yakymenko et al., aiuta a capirlo, poiché riassume molto bene i numerosissimi effetti che si scatenano a livello cellulare quando una radiazione elettromagnetica a radiofrequenza a bassissima intensità impatta la materia vivente.

I numerosi effetti prodotti a livello cellulare da una radiazione elettromagnetica a radiofrequenza a bassa intensità quando impatta la materia vivente.

Il citato articolo di rassegna mirava, in particolare, a valutare i dati sperimentali sugli effetti ossidativi delle radiazioni a radiofrequenza a bassa intensità (quali sono ad esempio quelle emesse dai cellulari, dalle stazioni radio base, etc.) nelle cellule viventi e dice: “L’analisi della letteratura scientifica peer-reviewed oggi disponibile rivela gli effetti molecolari indotti da tali radiazioni nelle cellule viventi; ciò include l’attivazione significativa di percorsi chiave che generano specie reattive dell’ossigeno, attivazione della perossidazione, danno ossidativo del DNA e cambiamenti nell’attività degli enzimi antiossidanti”.

“L’ampio potenziale patogeno delle specie reattive dell’ossigeno prodotte e il loro coinvolgimento nelle vie di segnalazione cellulare spiega”, secondo gli autori di questa importante meta-analisi, tutta “una gamma di effetti biologici / di salute della radiazione elettromagnetica a radiofrequenza a bassa intensità, che includono sia le patologie tumorali che quelle non tumorali”. In particolare, il lavoro di rassegna rivela che, “su 100 articoli scientifici analizzati della letteratura attualmente esistente sull’argomento, ben 93 correlano l’esposizione (a tale tipo di radiazione non-ionizzante) al danno ossidativo”.

“In conclusione”, scrivono ancora gli autori, “la nostra analisi dimostra che la radiazione elettromagnetica a radiofrequenza è un agente ossidativo espressivo per le cellule viventi con un elevato potenziale patogeno e che lo stress ossidativo indotto da un’esposizione a tali campi dovrebbe essere riconosciuto come uno dei meccanismi primari dell’attività biologica di questo tipo di radiazione”. Dunque, il danno biologico prodotto da tali radiazioni non-ionizzanti è – rispetto a quello delle radiazioni ionizzanti – indiretto, ma c’è, eccome.

D’altra parte, il principale meccanismo d’azione che causa danno cellulare – dal cancro alle malattie neurodegenerative (SLA, Alzheimer, sclerosi multipla, ADHD, etc.), dall’elettrosensibilità all’infertilità maschile, ai disturbi cognitivo-comportamentali – è proprio lo stress ossidativo. Pertanto, come mostrato nella figura precedente, se l’emissione di radiofrequenze induce uno stress ossidativo a livello di membrana cellulare, il danno può venire eliminato; ma se lo induce nel cuore della cellula – dove c’è il DNA, il suo software – il danno, reiterato nel corso degli anni, può dar luogo a patologie molto serie.

Gli effetti non termici delle RF e la “doppia verità”

Fiorenzo Marinelli, biologo che ha lavorato quasi una vita all’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Bologna, occupandosi degli effetti biologici dei campi elettromagnetici – ed in particolare degli effetti genetici sul DNA delle cellule – in un recente convegno divulgativo svoltosi a Firenze ha spiegato che “la differenza fra i campi elettromagnetici naturali e quelli artificiali è che quelli naturali sono continui non pulsati, mentre quelli artificiali sono alternati, cioè hanno un’onda di emissione che cambia di polarità un certo numero di volte al secondo. Ciò è probabilmente all’origine di tutti gli effetti biologici. Il campo elettrico naturale è quello nel quale l’uomo si è evoluto, mettendo in atto dei sistemi di protezione, come la guaina mielinica che avvolge tutto il nostro sistema nervoso, e lo stesso si può dire per il campo magnetico naturale”.

Il biologo Fiorenzo Marinelli mentre tiene una conferenza divulgativa.

Come ha chiarito poi Marinelli nel suo ottimo intervento, “gran parte dell’industria ha abbracciato l’idea che solo gli effetti termici producono danni agli organismi. Effetto termico vuol dire che l’onda elettromagnetica colpisce un oggetto, gli cede energia e questo si riscalda. Quando l’oggetto, però, è un organismo animale, ahimè, funziona già con la sua energia e allora non occorre arrivare al livello degli effetti termici per provocare delle alterazioni, perché i meccanismi di funzionamento degli organismi biologici fanno sì che si abbiano effetti anche da parte di campi elettromagnetici con livello di intensità non termico, cioè che non arrivano alla potenza necessaria per depositare energia”.

Inoltre, c’è il problema della “doppia verità” sugli effetti non termici dei campi elettromagnetici, sottolineato da Marinelli. Nel 2014, la Food and Drug Administration (FDA) americana autorizzò una terapia anti-tumorale fatta con campi elettromagnetici a radiofrequenza, dichiarando: “Questi effetti di ritardo dello sviluppo tumorale sono dovuti a un apparecchio elettronico che produce radiazioni ad alte frequenze di livello non termico”. Perciò, con questa dichiarazione si riconosce ufficialmente che i campi elettromagnetici di livello non termico possono produrre un effetto biologico. Contemporaneamente, quando si parla di limiti di legge, si dice ufficialmente che gli effetti non termici non esistono, per cui si possono irradiare i cittadini con limiti di esposizione più alti.

La “doppia verità” sugli effetti non termici delle radiofrequenze.

Nel 2002, a Catania fu fondata l’International Commission for the Electromagnetic Safety (ICEMS) – di cui il prof. Livio Giuliani è il portavoce – che riunisce scienziati indipendenti che si occupano di ricerca sui campi elettromagnetici. Nel 2010, l’Istituto Ramazzini ha pubblicato una corposa raccolta di pubblicazioni scientifiche fatte da scienziati indipendenti che dimostrano i numerosi meccanismi di funzionamento a livello biologico dei campi elettromagnetici di livello non termico. Questa pubblicazione, all’epoca allegata allo European Journal of Oncology, è oggi scaricabile gratuitamente da Internet sul sito www.icems.eu per chi fosse interessato ad approfondire tali tematiche.

La monografia dell’ICEMS sugli effetti di livello non termico dei campi elettromagnetici ad alta e bassa frequenza e (a destra) il portavoce della International Commission for the Electromagnetic Safety, il prof. Livio Giuliani.

Marinelli ha poi raccontato di una sperimentazione fatta qualche anno fa dal suo gruppo di ricerca in un paesino vicino Belluno, per determinare gli effetti nelle abitazioni di una stazione radio base di telefonia mobile, cioè di una torre con le antenne per i cellulari. A tale scopo, hanno collocato in alcune case un incubatore tipo quelli usati in laboratorio per coltivare le cellule e poi hanno messo delle cellule in coltura per vedere se la stessa radiazione che colpisce le persone (che in quel caso era, nelle case, di 0,9-2,1 V/m) può essere dannosa per le cellule in coltura. Come illustrato dalla figura seguente, le cellule in coltura coltivate in tali condizioni hanno mostrato delle alterazioni importanti, rivelate dal non aver cambiato colore perché con forte sofferenza vitale. Probabilmente, erano o quasi del tutto morte o comunque non funzionavano più.

L’incubatore collocato nelle case dal gruppo di Marinelli ed esempio di cellule di controllo vs. cellule esposte alla radiazione nei loro esperimenti. (© F. Marinelli)

Infatti, sia le cellule di controllo che quelle esposte al campo elettromagnetico erano state additivate di un colorante biologico che viene metabolizzato. Quindi, quando le cellule sono vive e sane metabolizzano il colore e diventano scure, mentre se sono sofferenti o morte non metabolizzano il colorante e rimangono chiare, cioè gialline in questo caso. Analisi più approfondite di queste cellule esposte e malridotte hanno mostrato che si attivano dei geni della metilazione del DNA che alterano la regolazione genica. Addirittura, si esprime di più un gene come la caspasi, che ci dice che la cellula sta morendo: infatti, è quello che la cellula attiva quando deve autoeliminarsi perché è troppo danneggiata. Dunque, le cellule esposte hanno mostrato danni alla riproduzione cellulare e alterazione di geni chiave. È quindi molto probabile che questo tipo di danni accadano anche nelle persone esposte al medesimo campo.

Gli effetti biologici dell’esposizione a un telefono cellulare

Ma gli effetti biologici delle radiazioni a radiofrequenza non finiscono qui. Come ha spiegato Orio, “noi abbiamo un film di capillari che avvolge il nostro encefalo – e che si chiama barriera ematoencefalica – il quale è in grado di impedire il passaggio di sostanze tossiche all’interno del nostro encefalo, evitando così che i neuroni si ammalino. In Svezia, alcuni ricercatori guidati dal neurochirurgo Leif Salford, dell’Università di Lund, hanno preso un cellulare e con esso hanno esposto i ratti a valori di campo elettromagnetico bassissimi, dopodiché hanno ucciso i topi e sono andati ad analizzare gli effetti a livello encefalico”.

Immagine del cervello normale di un topo e dopo 2 ore di esposizione a una chiamata al cellulare.

Il risultato è stato una terribile scoperta: “osservando al microscopio il vetrino con una sezione dell’encefalo dei ratti sottoposti al trattamento descritto, hanno trovato che la loro barriera ematoencefalica si era dilatata per l’azione delle radiofrequenze. Sono passate delle sostanze che di solito non devono passare in condizioni normali e si sono localizzate a livello neuronale in sette distretti dell’encefalo, in particolare a livello dell’ippocampo, che è quella parte del cervello deputata a coordinare due funzioni fondamentali: l’apprendimento e la memoria. Tutto ciò può dunque causare danni importanti in vivo”.

E non si tratta affatto di semplici speculazioni. Infatti, come ha raccontato Orio, “lo studio è stato poi replicato su topolini irradiati nella pancia della mamma incinta: quando i piccoli sono nati, hanno manifestato disturbi simili all’ADHD. L’ADHD è una sindrome che colpisce i nostri bambini: è il ‘Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività’. Ebbene, i ratti manifestavano lo stesso disturbo, e noi mettiamo il Wi-Fi nelle classi delle scuole. Capite perciò facilmente quale sia il problema. Non è un caso, quindi, che oggi abbiamo un aumento rilevante dei disturbi cognitivo-comportamentali nei bambini”.

Effetti dell’uso del cellulare sul corpo umano. Adattata da Makker (2009)

Orio ha citato poi un altro esempio di effetti biologici dei campi elettromagnetici dei cellulari, dunque a livelli di intensità più bassi di quelli termici (cui sono invece legati i limiti di legge): “La melatonina, un ormone importantissimo secreto nel cervello dall’epifisi, ha funzioni straordinarie: regola i ritmi circadiani, è un oncostatico – cioè blocca le cellule tumorali – ed è il più potente antiossidante endogeno. Cosa accade quando la nostra epifisi è esposta al campo di un telefonino? Il livello di melatonina cala in maniera drammatica, e quindi siamo esposti in modo sconsiderato all’azione dei radicali liberi, dei perossidi, i quali vanno a danneggiare la cellula, la sua struttura, il suo cuore che è il DNA”.

Ma gli effetti biologici preoccupanti non finiscono qui. Il gruppo diretto da Brendan J. Houston, biologo dell’Università di Newcastle (Australia) in un articolo di rassegna ha analizzato specificamente gli effetti della radiazione elettromagnetica a radiofrequenza sul sistema riprodottivo maschile. Tra un totale di 27 lavori che hanno studiato gli effetti dei campi a radiofrequenza sul sistema riproduttivo maschile, le conseguenze negative dell’esposizione sono state riportate in 21. All’interno di questi 21 studi, 11 su 15 che hanno indagato la motilità spermatica hanno riportato declini significativi, 7 su 7 che hanno misurato la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) hanno documentato livelli elevati e 4 su 5 studi che hanno sondato il danno al DNA hanno evidenziato un aumento dei danni dovuti all’esposizione.

La meta-analisi di Houston sugli effetti delle radiazioni elettromagnetiche a radiofrequenza (come ad es. quelle dei telefonini) sulla funzionalità spermatica.

Un’altra interessante scoperta fatta qualche anno fa scaturì dal voler verificare eventuali variazioni nel consumo di glucosio da parte del cervello con l’uso del telefono cellulare. E si è visto che, durante una telefonata, si ha un aumento del consumo di glucosio da parte della corteccia frontale del cervello. La figura seguente mostra una sezione trasversale del cervello, vista dall’alto, dove si vede appunto che si ha una colorazione rossa che corrisponde a una maggiore quantità di glucosio usato dalle cellule, che quindi sono state stimolate o stanno cercando di difendersi dalle onde elettromagnetiche che arrivano loro dal telefonino, cosa che naturalmente non si verifica con il telefono spento.

Il metabolismo del glucosio è più elevato quando il cellulare è acceso (figura a sinistra) rispetto a quando è spento. (Volkov, 2011)

Inoltre, il gruppo di ricerca di Marinelli, Cinti et al. (2004) ha trovato degli effetti genici delle radiofrequenze di un cellulare GSM sulle cellule in coltura. Si è osservata infatti l’attivazione, dopo appena due ore di esposizione, di geni cosiddetti “pro-apoptotici” (caspasi, p53 e altri), cioè quelli che provocano la morte cellulare, in quanto riconoscono che le cellule sono danneggiate, per cui questi geni si attivano per eliminarle dall’ambiente. Quello che si verifica è un doppio danno a carico delle cellule, perché una parte delle cellule vengono danneggiate e quindi eliminate; mentre altre cellule, pur danneggiate, vengono stimolate alla sopravvivenza per cui possono portare a delle cellule aberranti, perché vengono fatte proliferare, appunto, nonostante siano state danneggiate.

E veniamo a un effetto temuto dei cellulari: il cancro. Un altro articolo di rassegna (Carlberg e Hardell, 2017) sottolinea come gli studi sugli animali abbiano mostrato un’aumentata incidenza di due tumori, il glioma (che è un tumore del cervello) e lo schwannoma maligno (che è invece un raro tumore del cuore) nei ratti esposti a radiazioni a radiofrequenza. Si è osservata anche una maggiore produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) indotta dalla radiazione a radiofrequenza. Gli antiossidanti riducono le specie reattive dell’ossigeno prodotte dalla radiazione a radiofrequenza, ma vi è comunque un aumento del rischio nei soggetti esposti a tali campi elettromagnetici. Perciò – conclude l’articolo – “la radiazione a radiofrequenza dovrebbe essere considerata cancerogena per il glioma”.

In realtà, già uno studio pubblicato nel 2007 aveva indicato che la radiazione del telefonino provoca il cancro nel gatto, e un altro – pubblicato nello stesso anno sulla nota rivista New Scientist dagli scienziati del Weizmann Institute of Science, in Israele – aveva trovato che dopo solo 5 minuti di esposizione alle radiazioni a un decimo della potenza di un telefono cellulare, ratto e sostanze chimiche delle cellule umane subiscono dei cambiamenti. Questo studio, in particolare, è unico nel suo genere e dimostra per la prima volta un meccanismo molecolare dettagliato con il quale la radiazione elettromagnetica prodotta dai telefoni cellulari induce l’attivazione di una proteina chiamata “chinasi regolata dai processi extracellulari” (ERK) e quindi induce “trascrizione” (cioè la formazione di RNA) e altri processi cellulari.

Nel 2016, lo stesso professor Hardell ha co-firmato un articolo scientifico inviato in giro ma non ancora pubblicato in cui dice che, mettendo a confronto le emissioni elettromagnetiche del 2G (GSM) e quelle del 3G (UMTS) e le relative indagini epidemiologiche, si evince che, pur con le loro emissioni più elevate, i vecchi telefonini GSM davano un rischio di cancerogenesi per il tumore cerebrale di 1,4 volte (cioè il 40% in più); mentre, analizzando l’epidemiologia relativa ai telefoni 3G UMTS, ci si accorge che, sebbene questi abbiano una emissione di campo molto minore, il rischio di cancerogenesi è di 4,7 volte, quindi molto più elevato. Hardell ipotizza che ciò accada perché i telefonini 3G devono trasmettere maggiori quantità di dati, per cui usano contemporaneamente diverse frequenze, il che produrrebbe un impatto biologico maggiore.

Un articolo molto importante per chiunque usi il cellulare, con le relative figure.

I risultati di questo articolo si basano sui dati raccolti da Carlberg e Hardell per un loro importante precedente lavoro pubblicato su una rivista peer reviewed – “Mobile phone and cordless phone  use and the risk for glioma: Analysis of pooled  case-control studies in Sweden, 1997-2003 and 2007-2009”, Pathophysiology, 2015) – e sembrano confermare quanto emerso da studi di laboratorio, e cioè che il segnale UMTS usato dal 3G sia più efficace nell’inibire la riparazione del DNA.

Si veda, sempre per quanto riguarda il legame fra radiofrequenze e tumori, anche il Capitolo 8 sui risultati ottenuti a riguardo dagli studi decennali dell’Istituto Ramazzini (in Italia) e del National Toxicology Program (negli Stati Uniti). Il primo si è concentrato sui tumori indotti su dei topi dalla radiazione elettromagnetica emessa da una stazione radio base della telefonia mobile distante (“campo lontano”), mentre il secondo su quelli indotti dall’irradiazione per 9 ore al giorno con le onde elettromagnetiche di un telefono cellulare nel suo normale utilizzo (“campo vicino”). I risultati dei due studi hanno mostrato evidenti analogie nel tipo di tumori prodotti (gliomi e schwannomi), manifestatisi anche a valori di intensità del campo molto bassi (pari a SAR dell’ordine di 0,001-0,1 W/kg, cioè dalle 15 alle 1000 volte inferiori a quelli di un cellulare), come quello presi in considerazione dallo studio italiano.

Gli effetti biologici dell’esposizione a dispositivi Wi-Fi

Anche uno studio pubblicato nel 2017 dal gruppo di ricerca di Haifa Othman ha studiato gli effetti dell’esposizione prenatale alle onde a radiofrequenza – questa volta dei comuni dispositivi Wi-Fi – sullo sviluppo post-natale e sul comportamento della prole del ratto. Le femmine di controllo sono state sottoposte alle stesse condizioni del gruppo trattato senza applicare radiazioni Wi-Fi. Lo studio ha rivelato che l’esposizione materna alle radiofrequenze Wi-Fi ha portato a vari effetti neurologici avversi nella prole, influenzando lo sviluppo neurologico, l’equilibrio dello stress cerebrale e l’attività della colinesterasi, aumentando fra l’altro lo stress ossidativo cerebrale (una delle cause di tumore).

Per quanto riguarda, in particolare, il Wi-Fi, si noti come un router Wi-Fi e un forno a microonde funzionino alla stessa frequenza: i router infatti, operano nella banda a 2,4 GHz, mentre i forni a microonde lavorano alla frequenza di 2,45 Ghz. Si tratta infatti di una frequenza alla quale l’energia è assorbita meglio dalle molecole d’acqua, il che è ottimo per riscaldare i cibi. Ma i forni a microonde hanno un involucro e una porta schermanti che garantiscono la perfetta schermatura delle microonde per non creare danni alle persone. Vi siete mai chiesti dove sia la schermatura in un router? Dunque, anche se si tratta di potenze relativamente piccole, è chiaro che vi possono essere degli effetti biologici.

Un router e un forno a microonde lavorano entrambi a 2,4 GHz. Ma dove è la schermatura del router? (cortesia P. Orio)

E infatti, come ha spiegato a tal proposito Orio, “di recente una ricercatrice tedesca, Isabel Wilke, ha pubblicato un lavoro di rassegna fondamentale per dimostrare gli effetti del Wi-Fi: si tratta di una meta-analisi di 100 studi scientifici peer-reviewed che riportano effetti non termici, bensì biologici, delle onde elettromagnetiche alle frequenze del Wi-Fi. L’impatto di tali radiazioni è su: apparato riproduttivo, funzioni cerebrali ed elettroencefalogramma, cuore, fegato, tiroide, espressione genica, ciclo cellulare, membrane cellulari, batteri, piante. Inoltre, gli effetti sull’apprendimento, la memoria e l’attenzione, oltre che sul comportamento, sono risultati essere espressione di effetti citotossici”.

Un articolo di rassegna pubblicato nel 2017 a firma di Wei-Jia Zhi et al., del China Institute for Radiation Protection, ha analizzato, in particolare, i recenti lavori scientifici sugli effetti delle radiazioni a microonde sul cervello, in particolare sull’ippocampo, comprese le analisi di epidemiologia, morfologia, elettroencefalogramma, capacità di apprendimento e memoria ed i meccanismi alla base della disfunzione cerebrale. Sebbene non sia stato ancora possibile determinare la specifica relazione dose-effetto tra la radiazione a microonde e i suoi effetti biologici – poiché in questi studi, per valutare la radiazione a microonde, sono stati usati parametri diversi, come la frequenza, la modulazione, la densità di potenza della radiazione e il tempo di irradiazione – è risultato che anche le microonde a bassa potenza hanno degli effetti biologici confermati, in particolare sul sistema nervoso centrale.

Purtroppo, la legge italiana non regolamenta in modo adeguato gli hotspot Wi-Fi e la loro segnalazione.

Martin Pall, professore emerito di biochimica e di scienze mediche alla Washington State University (Stati Uniti), nel 2018 ha messo in guardia nuovamente sui pericoli del Wi-Fi per l’uomo in un articolo pubblicato sulla rivista Environmental Research, dal significativo titolo “Wi-Fi is an important threat to human health”, ovvero “il Wi-Fi è un’importante minaccia per la salute umana”. Nell’articolo, spiega che “ripetuti studi sul Wi-Fi dimostrano che esso causa stress ossidativo, danni agli spermatozoi / testicoli, evidenti effetti neuropsichiatrici inclusi cambiamenti nell’elettroencefalogramma, apoptosi, danni al DNA cellulare, cambiamenti endocrini e sovraccarico di calcio. Ognuno di questi effetti è ben documentato essere causato anche da esposizioni ad altri campi elettromagnetici alle frequenza delle microonde”.

L’articolo del biochimico Martin Pall, il cui titolo è molto esplicativo.

Il Wi-Fi usa campi elettromagnetici simil-pulsati a un livello costante con una forma d’onda quadra, che sembra poter interferire anche con le onde cerebrali. Infatti, un dispositivo Wi-Fi produce non solo microonde, ma pure un’ampia banda di frequenze, fino alle frequenze extra-basse (ELF) delle onde cerebrali. Nel suo interessante lavoro, Pall sottolinea che “i campi elettromagnetici simil-pulsati sono, nella maggior parte dei casi, più attivi rispetto ai campi elettromagnetici non pulsati; i campi elettromagnetici artificiali sono polarizzati e tali campi elettromagnetici polarizzati sono molto più attivi dei campi elettromagnetici non polarizzati; le curve dose-risposta sono non lineari e non monotone; gli effetti dei campi elettromagnetici sono spesso cumulativi, ed essi possono avere un impatto sui giovani più che sugli adulti”.

“In conclusione”, ha spiegato Orio sull’argomento, “la plausibilità degli effetti biologici dei campi elettromagnetici a radiofrequenza è acclarata, i meccanismi d’azione esistono e sono anch’essi acclarati in maniera definitiva. Un campo elettromagnetico a radiofrequenza – nella regione delle microonde od a frequenze diverse, come quelle dei telefonini – quando impatta il sistema cellulare nelle persone, nessuna esclusa, causa un effetto di natura biologica. Ho detto ‘biologica’, non ‘sanitaria’, in quanto gli effetti sanitari a lungo termine non si manifestano subito: possono passare alcuni anni prima che si sviluppi una patologia cronica più o meno grave. Tutti questi meccanismi supportano, quindi, in modo pesante la plausibilità biologica dell’azione delle onde elettromagnetiche per effetti sanitari di natura non termica sull’uomo”.

 

Riferimenti bibliografici

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  15. Levis A.G., “Campi elettromagnetici e principio di precauzione”, Associazione per la Prevenzione e la Lotta all’Elettrosmog, 2006, http://www.mednat.org/elettrosmog/levis/cap.1%20cem%20agg.%202006.pdf
  16. Marinelli F. et al., “Exposure to 900 MHz electromagnetic field induces an unbalance between pro-apoptotic and pro-survival signals in T-lymphoblastoid leukemia CCRF-CEM cells”, J. Cell. Physiol., 2004, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14603534
  17. Marinelli F., Presentazione orale “Campi elettromagnetici, Wi-Fi, cellulari e salute”, Convegno di Bagno a Ripoli (FI), 25 novembre 2018, https://www.youtube.com/watch?v=nh5tlj0zYN0&t=1414s
  18. Orio P., Presentazione orale “Elettrosmog, una reale emergenza sanitaria: elettrosensibilità”, fatta al Convegno “Elettrosmog ed elettrosensibilità: 5G esperimento sulla salute”, Viareggio, 6 ottobre 2018, https://youtu.be/3BA_sQynzBs?t=5684

 

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