Coronavirus, perché dobbiamo agire con fermezza

Il coronavirus fa paura, ma ciò che fa più paura è l’ignoranza. In Italia si è a lungo minimizzato il problema, ma ora la situazione potrebbe sfuggire di mano e costare molto caro, in termini di vite umane, superando di gran lunga le vittime dell’inquinamento, che è l’argomento di cui solitamente ci occupiamo. Ne abbiamo parlato con un fisico esperto di numeri e di problemi globali, nonché divulgatore scientifico, il dott. Mario Menichella, che già nel 2005 aveva dedicato diverse parti del suo libro “Mondi Futuri” al rischio di pandemie da virus emergenti.

Dott. Menichella, il coronavirus deve preoccuparci?

Temo proprio di sì. Premetto che una pandemia “di un certo tipo”, dopo una guerra nucleare o globale, è probabilmente il rischio maggiore per la nostra civiltà industrializzata, non solo in termini di vittime potenziali – che possono essere molto importanti sia in termini relativi che assoluti – ma anche per l’impatto economico, che può far letteralmente impallidire il caso Lehman Brother. Purtroppo, il coronavirus con cui abbiamo a che fare, noto in gergo come SARS-Cov-2, sembra avere tutte le caratteristiche per dar luogo alla pandemia “di un certo tipo” di cui parlavo prima, perché il virus viene trasmesso anche da persone asintomatiche e, in questi casi, se non si interviene subito con estrema decisione, la situazione potrebbe sfuggire di mano, come lascia capire peraltro anche il blog Medical Facts di uno dei pochi virologi italiani che ho visto dare sempre informazioni corrette, il prof. Burioni. Inoltre, i numeri che sono circolati sulla letalità del virus – alcuni addirittura lo hanno paragonato all’influenza! – purtroppo non rappresentano la sua letalità reale.

In che senso non rappresentano la letalità reale?

È molto semplice. Normalmente, le persone – compresi purtroppo molti medici che parlano al pubblico – stimano la letalità legata a un virus, cioè la percentuale di contagiati che muoiono, semplicemente dividendo il numero di morti per il numero di contagiati e poi moltiplicando il risultato per 100. Così facendo, oggi troveremmo ad esempio (2248 : 76787) x 100 = 2,9%. Questa, però, purtroppo non è la letalità reale del virus, per due motivi. Le dico intanto il primo motivo: se guardiamo bene i dati sempre di oggi, vediamo che nella regione cinese focolaio dell’epidemia, l’Hubei, vi sono stati l’82% dei casi totali e lì la letalità apparente risulta (vedi figura qui sotto) essere pari a (2144 : 62662) x 100 = 3,4%, mentre in tutto il resto della Cina e del mondo la letalità apparente risulta, evidentemente per differenza dei rispettivi numeri di contagiati e di morti, pari a (104 : 14125) x 100 =  0,7%, ovvero circa 5 volte inferiore. Molti medici italiani, purtroppo, non hanno capito che questa differenza non è rassicurante, anzi è preoccupante!

La situazione a livello mondiale e dell’Hubei (Cina) “fotografata” al 21 febbraio 2020.

Perché dobbiamo preoccuparci, sembrerebbe il contrario…

No, e per varie ragioni. Secondo un rapporto pubblicato il 17 febbraio dal China Center for Disease Control (CDC) sulla sua rivista elettronica China CDC Weekly, nel 20% dei casi si verifica una complicazione grave come la polmonite o peggio, ma il 20% dei 62662 casi dell’Hubei vogliono dire circa 12.000 persone. Ciò vuol dire che moltissime persone – verosimilmente la maggior parte – non hanno potuto essere ricoverate e ricevere l’ossigeno e l’assistenza specialistica di cui i casi più gravi sicuramente necessitano. Proprio qualche giorno fa è uscito, in un articolo, il caso di una famiglia cinese che è stata sterminata dal virus perché l’ospedale non ha potuto ricoverare il padre, che a casa è morto ma prima ha infettato la moglie, che è morta ma prima ha infettato il figlio di circa 50 anni, che è morto ma prima ha infettato la moglie, che ora è grave… In pratica, quel che sembra emergere è che, se il numero dei casi supera una soglia critica – cioè il numero di casi che il rispettivo sistema sanitario nazionale è in grado di trattare – la letalità si impenna, in questo caso di circa 5 volte. In Italia, quindi, probabilmente non cambierebbe molto, superati certi numeri.

Il dettagliato rapporto pubblicato China CDC Weekly citato nel testo. 

Quindi la letalità nell’Hubei è quella reale?

No, neppure quella è la letalità reale, nonostante sia del 3,4%, quindi tutt’altro che bassa. Il motivo è che c’è uno sfasamento temporale fra la conta dei morti e quella dei contagiati. Infatti, le persone muoiono vari giorni dopo che sono risultate essere contagiate, oltre al fatto che i contagiati vengono classificati come tali due giorni dopo dal prelievo del tampone, per i tempi tecnici legati agli esami in quel Paese. Ma quando l’epidemia era ancora fuori controllo in Cina, in una settimana i casi triplicavano, per cui non tenere conto del suddetto sfasamento temporale vuol dire sottostimare la letalità reale. Secondo alcune mie stime, non è affatto irragionevole stimare che la letalità reale sia un po’ più grande di quella dell’Hubei, in pratica intorno al 4 o forse addirittura 5%. Ciò è del tutto ragionevole, anche perché nel primo articolo scientifico clinico sui primi 99 contagiati, pubblicato come preprint dalla prestigiosa rivista Lancet (Chen et al., 2020), i morti fra questi erano alla fine risultati 11, pari a una letalità iniziale dell’11%. E la letalità della SARS, parente stretto del nuovo coronavirus, alla fine dell’epidemia è risultata di circa il 10-11%, ma quella “apparente” durante l’epidemia, ad es. il 23 aprile 2003, era – per le medesime ragioni appena illustrate – più bassa: solo pari a 251 : 4288 x 100 = 5,8%, circa la metà!

La mortalità apparente della SARS durante l’epidemia del 2003 era molto inferiore a quella reale risultata palese alla fine dell’epidemia, per le ragioni spiegate nel testo. (fonte dati: OMS)

Ma i casi lievi non potrebbero abbassare la letalità reale?

Questo era ciò che inizialmente si pensava, anche se non c’erano prove, e infatti nessun articolo scientifico, fra tutti quelli che ho letto, ha mai dato dei numeri a riguardo. Ma indicazioni assai importanti in tal senso sono venute dalla nave da crociera Diamond Princess, in quanto in questo cluster forzatamente isolato sono stati diagnosticati tutti i casi, anche quelli lievi o asintomatici, grazie all’analisi del tampone faringeo tramite Polymerase Chain Reaction (PCR). In base agli ultimi dati disponibili diffusi, nel momento in cui i contagiati erano arrivati a 450, i malati in condizioni critiche erano una ventina, pari cioè a circa il 4,4%. Ma dal citato rapporto apparso su China CCD Weekly, sappiamo che circa la metà dei pazienti critici poi effettivamente muore (precisamente, il 46%), per cui per la nave da crociera possiamo stimare una letalità “teorica” pari a (4,4 : 100) x 46 = 2,0%, che è molto simile alla letalità apparente di questo virus per i casi cumulativi dell’intero mondo, cioè Cina più altri Paesi. Ma la differenza è che questa volta sappiamo per certo che sono stati considerati anche i casi lievi. Morale della favola: i “supposti”  casi lievi non sembrano essere in numero tale da mutare di molto la letalità stimata! Dunque, la letalità del nuovo coronavirus sembra essere più vicina a quella della SARS (10%) che a quella dell’influenza odierna (0,5%).

Una parte del rapporto pubblicato su China CDC Weekly e più volte citato nel testo. Come si vede, la mortalità fra i casi gravi è risultata essere di circa il 50%.

Perché l’Italia, che aveva sospeso i voli con la Cina, è il Paese europeo più colpito?

Vi sono almeno tre ragioni. La prima è che sono stati bloccati i voli diretti ma non si è imposta la quarantena a chi rientrava in Italia tramite “triangolazioni” con aeroporti esteri, cosa che invece hanno fatto Paesi più organizzati del nostro, a cominciare dagli Stati Uniti. Poi, lei ha mai visto in TV o sui giornali qualche messaggio esplicito del Governo perfino sulla quarantena volontaria? Nemmen quello, per cui c’è stata una mancanza enorme a livello di comunicazione, oltre che un problema di scelte errate. La terza ragione è che ci si è concentrati troppo sui cinesi. Io conosco bene la comunità cinese, dove ho molti amici, e so perfettamente che circa il 90% dei cinesi che vivono in Italia provengono dallo Zhejiang, la cui città principale è Wenzhou, dove ci sono stati un migliaio di contagiati cumulativi e una sola vittima, ma secondo gli ultimi rapporti dell’OMS lì la situazione appare totalmente sotto controllo ed i numeri sono ormai piccoli. Quindi, si può capire facilmente come il rischio venga più dal 10% dei cinesi rimanenti provenienti da altre zone e dagli italiani che rientrano dalla Cina, che possono ancora essere nuovi “Pazienti 0”.

La situazione dell’epidemia nello Zhejiang al 21 febbraio 2020.

Cosa bisognerebbe fare ora, secondo lei?

Intanto, obbligare alla quarantena chiunque venga dalla Cina – come fanno del resto anche a Hong Kong, che proprio grazie a ciò si sta “salvando” – e diffondere il relativo “obbligo” in modo chiaro su televisione e giornali. Per i casi che già abbiamo sul nostro territorio, invece, è necessario agire tempestivamente con estrema decisione. In Cina la situazione è andata sotto controllo solo quando hanno preso decisioni draconiane, che si possono riassumere così: inizialmente, c’è stato il “lock down” di intere grandi città, per cui nessuno poteva uscire dalla città, cosa assicurata da posti di blocco della polizia. Poi il Governo ha obbligato le famiglie della zona in “lock down” a designare un loro rappresentante e solo questi poteva uscire per fare la spesa. Successivamente, il Governo ha vietato anche a queste persone di andare a fare la spesa e per ogni condominio ora c’è una persona che si occupa di portare gli alimenti. Alle persone, inoltre, è vietato di usare le auto. Chi viola i divieti rischia vari anni di carcere, mentre chi infetta volontariamente altre persone credo sia quasi equiparato a un omicida. Infatti, a nulla serve porre degli obblighi se poi non c’è il “pungolo” di una pena severa, e ciò vale a maggior ragione per l’Italia!

Ma è attuabile in Italia tutto ciò?

Guardi, dal caso cinese abbiamo imparato che più tempo fai passare prima di attuare queste misure e più le pagherai con “lacrime e sangue” sia in termini di vittime che economici. Loro all’inizio hanno “inseguito” il virus e la malattia perché non ne conoscevano le caratteristiche, una volta compresele l’hanno anticipato. Se noi facciamo lo stesso errore cinese, cioè “stiamo a guardare” prima di attuare misure draconiane, rischiamo di avere un’evoluzione simile a quella cinese, nel migliore dei casi. Infatti i virus ed i batteri, come illustrato dal biologo evolutivo Paul Ewald nel suo bellissimo libro Evolution of Infectious Disease – che ogni medico italiano e dirigente della Protezione civile dovrebbe leggere! – aumentano o diminuiscono la loro virulenza e letalità in base alla facilità con cui possono propagarsi. Per questo abbiamo un ceppo africano dell’Hiv più virulento del ceppo europeo e l’influenza Spagnola era di gran lunga più letale di quella attuale ed ha fatto milioni di morti: si trasmetteva facilmente fra i soldati che combattevano lungo le trincee e non potevano scappare. Quindi le misure draconiane servono anche non far aumentare – ma semmai abbassare – la virulenza (e quindi la letalità) del virus.

Il biologo evolutivo Paul Ewald ed il suo illuminante libro sulla teoria evolutiva della virulenza. 

Molti ci chiedono: quante possibilità ho di morire?

Se in Italia l’epidemia non viene fermata il prima possibile, purtroppo rischiamo grossi numeri. Questo perché il già citato rapporto China CDC Weekly mostra molto chiaramente come il nuovo coronavirus uccida soprattutto le persone più anziane (v. figura), anche se vi sono vittime anche trentenni, come lo stesso dottor Li, il medico cinese che segnalò per primo l’epidemia. Il problema è che l’Italia è un Paese “anziano”, come si può vedere chiaramente dalla struttura per età della popolazione. Quindi, se correggiamo la mia precedente stima di una letalità del 6% per tener conto della diversa struttura per età della popolazione, otteniamo una stima più realistica della letalità nel nostro Paese se la situazione sfuggisse di mano a livello di numeri, e dunque gli ospedali andassero “in tilt”. Ebbene, non ho ancora fatto un calcolo della correzione esatta che dovremmo apportare, ma grossolanamente la stimerei intorno al 10-20%, per cui la letalità reale (media) da noi potrebbe essere di circa il 6%. Si tratta di un numero elevato, ma per le ragioni fin qui illustrate del tutto verosimile. Un motivo in più per adottare misure (e pene) forti subito!

Letalità “apparente” del nuovo coronavirus per classi di età, secondo il China CDC Weekly.

 

Riferimenti bibliografici

  1. Chen N. et al., “Epidemiological and clinical characteristics of 99 cases of 2019 novel coronavirus pneumonia in Wuhan, China: a descriptive study”, The Lancet, Jan 29, 2020. Link
  2. Liu Z. et al., “The Epidemiological Characteristics of an Outbreak of 2019 Novel Coronavirus Diseases (COVID-19)”, China CCD Weekly, February 17, 2020. Link
  3. OMS, “Aggiornamento 95 – SARS: Cronologia di un serial killer”, World Health Organization (WHO), 2003. Link
  4. OMS, “Coronavirus disease 2019 (COVID-19) Situation Report – 32”, Februray 21, 2020. Link
  5. Ewald P., “Evolution of Infectious Disease”, Oxford University Press, 1994. Link
  6. Menichella M., “La crescente vulnerabilità alle epidemie” e “La possibilità di un’epidemia planetaria letale”, in “Mondi Futuri”, SciBooks Edizioni, 2005. Link

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