Elettrosmog: gli effetti sulla salute dell’uomo

I campi elettromagnetici e/o le radiazioni elettromagnetiche – come l’inquinamento elettromagnetico prodotto dalle tecnologie create dall’uomo – influenzano vari elementi dell’ambiente. Tra gli elementi di quell’ambiente tutti gli organismi viventi dovrebbero essere collocati nella prima posizione. Pertanto diventa molto importante determinare in modo appropriato la natura e i relativi effetti collaterali dell’inquinamento elettromagnetico e il suo impatto sugli organismi viventi.

Il danno causato dall’inquinamento elettromagnetico è stato a lungo oggetto di discussione anche perché, come si può capire, vi sono elevati interessi in gioco, e ciò nonostante il fatto che sia i campi elettromagnetici a radiofrequenza sia quelli a bassa frequenza siano stati classificati ufficialmente come “possibili cancerogeni” dalla IARC. Per questi motivi, negli ultimi decenni si può osservare una crescita significativa nella ricerca scientifica sull’influenza dei campi elettromagnetici e/o delle radiazioni elettromagnetiche sugli organismi viventi.

La crescita del numero di articoli di ricerca pubblicati sull’influenza dei campi elettromagnetici sugli organismi viventi. (fonte: Redlarski et al. 2015)

I dispositivi elettronici come smartphone, tablet, forni a microonde, router Wi-Fi emettono radiazioni elettromagnetiche a bassa intensità e alta frequenza (da 300 MHz a 300 GHz), che possono essere associate alle radiofrequenze o alle microonde. D’altra parte gli elettrodotti ed i dispositivi elettrici sono forti fonti di campi elettromagnetici (principalmente magnetici per elettrodotti e trasformatori) e di radiazioni di frequenze molto più basse (50 Hz) ma di intensità molto più elevate.

Classificazione delle radiazioni e dei loro effetti sanitari

Inoltre, vi sono due grandi famiglie di radiazioni elettromagnetiche: ionizzanti e non ionizzanti. Le prime, come suggerisce la parola stessa, sono in grado di rompere i legami molecolari – ad esempio, se io andassi oggi a Fukushima, a causa dei raggi X e gamma avrei un grave rischio di sviluppare dopo qualche tempo la leucemia – mentre quelle non ionizzanti (come ad es. le onde radio e quelle a bassa frequenza) sono radiazioni apparentemente non in grado di indurre una rottura dei legami molecolari.

Infatti, l’energia delle radiazioni elettromagnetiche è direttamente proporzionale allo loro frequenza. Pertanto, i raggi X ed i raggi gamma hanno energia sufficiente a ionizzare atomi o molecole, ovvero per rimuovere completamente un elettrone da un atomo o molecola; al contrario, le radiazioni non-ionizzanti, cioè quelle coinvolte nell’inquinamento elettromagnetico, no. Per tale motivo, sono state per lungo tempo ritenute relativamente innocue, se non per gli effetti termici prodotti nella materia vivente. Ma le cose, purtroppo, non stanno così.

Con le radiazioni ionizzanti il danno al DNA delle cellule è diretto, con quelle non ionizzanti è invece un processo a due stadi.

I due gruppi di onde elettromagnetiche interagiscono in modo differente con gli organismi viventi e comportano rischi diversi per la salute umana, vanno quindi trattati separatamente. Le radiazioni non ionizzanti sono responsabili dell’inquinamento elettromagnetico, e si dividono in: radiazioni a bassa frequenza (ELF), comprendenti quelle con frequenza pari a 50 Hz degli elettrodotti e delle linee elettriche; radiazioni a radiofrequenza (RF), con frequenza compresa tra 100 kHz e 300 GHz.

I campi a radiofrequenza (RF) cedono energia ai tessuti sotto forma di riscaldamento – perciò si parla di effetti termici, in particolare nella regione delle microonde, che è quella compresa tra le gamme superiori delle onde radio e la radiazione infrarossa (cioè da una frequenza di circa 1 GHz, ovvero 1000 MHz, corrispondente a una lunghezza d’onda di 30 cm, a circa 300 GHz, che corrisponde a una lunghezza d’onda di 1 mm); mentre i campi a bassa frequenza (ELF), cioè lentamente variabili, inducono delle correnti nel corpo umano.

I campi ELF e radiofrequenza (RF) e microonde.

Ma, accanto agli effetti termici dei campi elettromagnetici a radiofrequenza, negli ultimi decenni sono emersi una serie di effetti biologici non termici prodotti da questi campi – compresi gli effetti cancerogeni – che illustriamo in un certo dettaglio nel Capitolo 10. Ciò non stupisce: le nostre cellule hanno un potenziale di attività mediamente tra i 100 ed i 200 mV (e fino a 1 V in situazioni di stress), mentre i campi elettrici associati ai moderni campi a radiofrequenza sono più elevati.

Ogni giorno gli organismi viventi sono esposti a diversi tipi di inquinamento elettromagnetico. Tuttavia, tutti possono essere ben caratterizzati dai loro parametri fisici, ed in particolare tipo (elettrico, magnetico, elettromagnetico), frequenza e intensità o potenza. Le fonti di radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti possono essere classificate, fondamentalmente, come: (i) campi di radiofrequenze (campi RF); (ii) campi a frequenza intermedia (campi IF); (iii) campi a frequenze estremamente basse (campi ELF); (iv) campi statici.

Alcune sorgenti di campo elettromagnetico nelle tre principali bande del relativo spettro. (fonte: Redlarski et al. 2015)

In generale, i possibili effetti sanitari dell’esposizione alle onde elettromagnetiche sono di tre tipi: effetti a breve termine (1-elettrosensibilità) ed effetti a lungo termine, che includono (2) tumori e (3) altre patologie croniche (ad esempio, infertilità e malattie neurodegenerative). Naturalmente, diversi tipi di campi elettromagnetici e/o di radiazioni elettromagnetiche sono responsabili di diversi tipi di fenomeni che possono essere osservati come risultato dell’esposizione alle radiazioni.

Gli effetti sulla salute, inoltre si possono distinguere in due categorie fondamentali: effetti acuti, che possono manifestarsi come immediata conseguenza di brevi ma elevate esposizioni al di sopra di una certa soglia; effetti cronici, che possono manifestarsi dopo periodi anche lunghi di latenza in conseguenza di esposizioni lievi ma prolungate nel tempo, senza alcuna soglia certa. Tali effetti hanno una natura probabilistica: all’aumentare della durata dell’esposizione, aumenta la probabilità di contrarre un danno (ad esempio, un tumore).

Gli effetti acuti e cronici dell’esposizione all’elettrosmog.

In generale, le radiazioni a microonde ad alta energia a frequenze da 300 MHz a 300 GHz possono essere cancerogene e causare effetti termici, aumentando la temperatura degli organismi esposti. D’altra parte, lo stesso tipo di radiazione a microonde a frequenze più basse, da 100 kHz a 300 MHz, non ha un medesimo effetto, se non a intensità più elevate. È molto importante notare che le sorgenti di radiazione elettromagnetica caratterizzate da frequenze di campo inferiori a 300 GHz possono essere associate al tipo non ionizzante di radiazioni.

D’altra parte, i campi elettromagnetici a bassa frequenza sono la fonte di un altro tipo di radiazione elettromagnetica, come nel caso di elettrodotti o trasformatori di potenza. Tali campi elettromagnetici caratterizzati da frequenze di campo di 50 Hz (in Italia e in Europa) o 60 Hz (ad es. negli Stati Uniti) sono quasi stazionari e le loro due componenti di campo (elettriche e magnetiche) possono essere considerate separate. La componente magnetica sembra porre i maggiori problemi per la salute.

Gli effetti dei campi elettromagnetici a radiofrequenza

Il nostro organismo è un sistema elettrochimico di straordinaria sensibilità e, come una sorta di radio, subisce le interferenze dovute alla radiazione associata all’inquinamento elettromagnetico. Alcuni scienziati sovietici hanno evidenziato che i campi elettromagnetici alla frequenza tra i 30 MHz ed i 300 GHz possono intaccare il sistema circolatorio dell’uomo (alterando il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna) anche a livelli di intensità della radiazione troppo deboli per produrre degli effetti termici.

Persino il debole campo geomagnetico terrestre ha un’influenza, ad esempio, sulla fibrillazione atriale parossistica.

“Le radiazioni a radiofrequenza hanno una serie di effetti biologici che possono essere osservati in modo riproducibile negli animali e nei sistemi cellulari”, afferma David O. Carpenter, direttore dell’Istituto per la salute e l’ambiente presso la State University di New York, e fra i massimi esperti  mondiali dell’argomento. “Non possiamo dire davvero con certezza quali siano gli effetti negativi sull’uomo”, dice Carpenter, “ma le indicazioni sono che potrebbero esserci effetti molto gravi – e usa proprio le parole ‘molto gravi’ – negli esseri umani”.

E ciò non stupisce gli “addetti ai lavori”. Infatti, già nel 2005 dei ricercatori in Cina hanno scoperto che la radiazione elettromagnetica a radiofrequenza a intensità relativamente bassa può portare a interruzioni del DNA, e nel 2004 il progetto REFLEX – che riassume il lavoro di 12 gruppi di ricerca in 7 paesi europei – ha riferito che la radiazione a radiofrequenza può aumentare il numero di rotture del DNA in cellule esposte, così come attivare una risposta allo stress: la produzione di proteine protettive, le cosiddette “proteine da shock termico”.

Oggi sappiamo che la radiazione elettromagnetica alle radiofrequenze promuove lo stress ossidativo, una condizione implicata nell’insorgenza del cancro, in diverse malattie acute e croniche e nell’omeostasi vascolare. E studi più recenti hanno suggerito effetti riproduttivi, metabolici e neurologici delle radiofrequenze, che sono anche in grado di alterare la resistenza agli antibiotici batterici. I risultati disponibili sembrano ormai sufficienti per dimostrare l’esistenza di effetti biomedici.

Se la radiazione elettromagnetica è pericolosa per l’uomo, oggi ci sono molti più rischi rispetto a 40 anni fa, grazie al settore delle telecomunicazioni. Più di un miliardo di persone in tutto il mondo possiedono telefoni cellulari. In Italia, ormai, ci sono più contratti mobili che persone. Le tecnologie 4G e 5G mirano a coprire il 98% del paese, cancellando tutti i “no spot” più lontani. Ora viviamo in una normalità satura delle onde di dispositivi wireless che non è mai esistita nella storia della razza umana.

La nuova generazione “digitale” che vive immersa fra dispositivi wireless.

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza tra gli “agenti possibili cancerogeni per l’uomo” (gruppo 2B). Infatti, nel maggio 2011, la IARC – e alcuni anni dopo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – hanno qualificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza come possibile causa dell’aumento del rischio di sviluppare un tumore maligno del cervello, il glioma, che è principalmente associato all’uso di telefoni cellulari.

Gli effetti biologici più noti e generali dell’elettromagnetismo ad alta frequenza sono quelli cancerogeni, riproduttivi, neurologici e metabolici. E nel 2018, grazie a due importanti studi decennali, i dubbi residui sulla cancerogenicità si sono ridotti al lumicino. Si tratta di una ricerca del National Toxicology Program americano sugli effetti sul corpo di ratti dell’esposizione alle radiazioni di un telefonino (“campo vicino”) e una parallela dell’Istituto Ramazzini di Bologna sugli effetti dell’esposizione alle radiazioni – dalle 15 alle 1000 volte più basse – di una stazione radio base della telefonia (“campo lontano”).

I risultati dei due studi decennali del Ramazzini e del National Toxicology Program suggeriscono di includere le radiofrequenze nella classe 1 o almeno 2A, avendo trovato negli animali lo stesso tipo di tumori “da cellulare” riscontrati nell’uomo.

“Questi due studi sperimentali, che hanno mostrato un aumento dei tumori delle cellule gliali del cervello, hanno fornito prove sufficienti per richiedere la rivalutazione delle conclusioni della IARC sul potenziale carcinogenico delle radiofrequenze negli esseri umani, che potrebbero secondo noi venire classificate come ‘cancerogeno certo per l’uomo’ ”, ha spiegato Fiorella Belpoggi, direttrice della ricerca al Ramazzini. “In ogni caso, questi risultati sembrano sufficienti per invocare il principio di precauzione, per definire i soggetti esposti come potenzialmente vulnerabili e per rivedere i limiti esistenti”.

Il commento di un blogger che ha assistito a una conferenza divulgativa della Belpoggi.

Inoltre, specifiche evidenze scientifiche preliminari hanno mostrato come l’esposizione a frequenze superiori ai 30 GHz (vicina alla banda a 26 GHz del 5G) possa alterare l’espressione genica cellulare, aumentare la temperatura della cute, stimolare la proliferazione delle cellule, alterare le proprietà delle membrane citoplasmatiche e la funzionalità dei sistemi neuro-muscolari, e modulare la sintesi di proteine coinvolte in processi infiammatori e immunologici, con potenziali effetti sistemici.

L’aumento dei tumori legati all’uso del telefonino

Dalla valutazione della IARC fatta nel 2011 sono stati pubblicati ulteriori studi che supportano un’associazione causale tra radiazione a radiofrequenza e tumori cerebrali e cranici. Secondo un recentissimo studio realizzato da Alasdair Philips e collaboratori, pubblicato online nel 2018 dalla rivista peer-reviewed Journal of Environmental and Public Health, nel corso del periodo 1995-2015 in Inghilterra è stato riscontrato un aumento sostenuto e molto significativo nell’incidenza del Glioblastoma Multiforme – il tumore cerebrale più aggressivo e rapidamente fatale – in tutte le fasce d’età, mentre i tassi per i tumori di gravità inferiore sono diminuiti, mascherando questa drammatica tendenza nei dati complessivi.

L’aumento, nel periodo 1995-2015, del tasso di incidenza (standardizzato per età) per 100.000 persone dei tumori cerebrali “glioblastoma multiforme” del lobo frontale e temporale in Inghilterra, per sito del tumore. (Philips et al., 2018)

E risultati simili si sono riscontrati anche in Svezia (Lennart e Carlberg, 2017), con tassi crescenti di tumori del cervello di tipo sconosciuto diagnosticati nel periodo 2007-2015 già nella fascia di età fra i 20 ed i 40 anni. Ciò può essere spiegato da un più alto rischio di tumore al cervello in soggetti con il primo utilizzo di un telefonino prima dei 20 anni, patologia che richiede un ragionevole periodo di latenza. Inoltre, il tasso di incidenza standardizzato per età per 100.000 tumori cerebrali nel registro svedese dei tumori risulta essere aumentato in modo statisticamente significativo negli uomini nel periodo 1998-2015.

Il fatto che il glioblastoma multiforme stia aumentando è documentato anche nei registri dei tumori statunitensi. I glioblastomi (il tipo di tumore al cervello legato alle radiazioni dei telefonini) ed i tumori del sistema nervoso centrale sono in aumento nei giovani americani, e proprio nelle aree del cervello che assorbono la maggior parte delle radiazioni a microonde emesse dai cellulari. La più grande e completa analisi statunitense della American Brain Tumor Association (Ostrom et al., 2016) ha rilevato che l’incidenza di astrocitoma anaplastico, tumori delle meningi, tumori della regione sellare e tumori non classificati sono aumentati nei giovani adulti statunitensi tra i 15 ed i 35 anni di età. Negli Stati Uniti, i tumori del cervello e del sistema nervoso centrale rappresentano già il tipo di cancro più comune nella fascia di età 15-19 anni.

 

I tumori del cervello e del sistema nervoso centrale (CNS) rappresentano il tipo di cancro più comune nella fascia di età 15-19 anni fra i giovani americani, secondo una approfondita analisi sui tumori cerebrali. (fonte: Ostrom et al., 2016)

Un’analisi pubblicata nel 2015 (Gittleman et al.), che ha esaminato i dati 2000-2010 della United States Cancer Statistics publication e del Central Brain Tumor Registry degli Stati Uniti ha rilevato aumenti significativi nelle neoplasie maligne e non maligne del sistema nervoso centrale negli adolescenti e anche aumenti significativi nella leucemia linfatica acuta, linfoma non Hodgkin e tumori maligni del sistema nervoso centrale nei bambini. Ed i CDC statunitensi hanno riscontrato l’aumento di tumori cerebrali, renali, epatici e tiroidei tra gli individui sotto i 20 anni. E questo soltanto per citare tre Paesi per i quali si hanno a disposizione studi con i dati più recenti, che forniscono quindi meglio un’idea del trend in atto.

I tumori cerebrali sono a crescita lenta e possono richiedere decenni per svilupparsi dopo l’esposizione tossica. I tassi di cancro ai polmoni non aumentarono nella popolazione generale fino a più di tre decenni dopo che gli uomini americani avevano cominciato a fumare molto. Pertanto la ricerca che utilizza modelli caso-controllo che studiano piccoli gruppi di persone altamente esposte è più appropriata per identificare i rischi di cancro legati all’uso del telefono cellulare. Gli studi di casi clinici condotti da Lennart Hardell hanno scoperto che le persone che hanno iniziato ad usare i telefoni cellulari da adolescenti hanno un rischio da quattro a cinque volte maggiore di sviluppare un tumore al cervello.

Oltre all’ampio corpus di studi che hanno trovato collegamenti fra l’uso dei cellulari ed i tumori cerebrali, la ricerca ha trovato anche associazioni con i tumori delle ghiandole salivari. Uno studio del 2007 (Sadetzki et al.) pubblicato sull’American Journal of Epidemiology ha trovato una relazione tra l’uso a lungo termine del cellulare e i tumori della ghiandola parotide. Un’analisi del 2017 ha rilevato che l’incidenza dei tumori delle ghiandole salivari negli Stati Uniti sta aumentando, specialmente i piccoli tumori parotidei. Una meta-analisi, uscita nel 2017 (Siqueira et al.), di studi sui tumori della ghiandola parotide ha trovato un’associazione tra l’uso del telefono cellulare e il rischio di tumore della ghiandola parotide.

Immagine termica di una persona in uno stato normale (a sinistra) e di una che ha parlato con il telefonino all’orecchio per 15 minuti (a destra).

I clamorosi conflitti di interesse e lo studio Interphone

Fino a pochi anni fa, la maggior parte degli studi sui pericoli delle emissioni elettromagnetiche dei telefoni cellulari erano concentrati sulla possibilità che i dispositivi potessero riscaldare il cervello o causare direttamente il cancro. E molti di questi studi sono stati sponsorizzati o finanziati direttamente o indirettamente dall’industria delle telecomunicazioni. Perciò, grazie a queste ricerche operate in regime di conflitto d’interesse, è stata creata l’impressione che i telefoni cellulari fossero sicuri.

L’esempio più clamoroso in tal senso è costituito senza dubbio dallo studio Interphone, finanziato per il 30% dalle maggiori compagnie di telefonia mobile e dell’industria wireless del mondo, e che in quanto tale non si può definire “indipendente”. Si tratta di una ricerca che ha coinvolto 13 Paesi del mondo e ha prodotto tre documenti, nei quali si attesta come l’uso dei telefonini non sia direttamente correlato causalmente al rischio di sviluppare tumori al cervello, pur riconoscendo alcune correlazioni indiziarie di un “aumento di glioma ai livelli di esposizione più alti”.

L’oncologo-epidemiologo svedese Lennart Hardell, in un articolo pubblicato nel 2017 sulla rivista Biomedical Research International, ha messo in evidenza in modo assai puntuale e dettagliato le distorsioni nella comunicazione dei risultati e gli errori metodologici di cui questo che è stato il più grande studio mondiale sugli effetti delle radiofrequenze è stato oggetto. Ad esempio, meno del 10% dei casi analizzati dallo studio Interphone aveva più di 10 anni di esposizione ai telefonini: una scelta, questa, che maschererebbe perfino gli effetti cancerogeni del tabacco.

Inoltre, come evidenziato da Hardell, lo studio Interphone comprendeva soggetti che dichiaravano l’utilizzo del telefonino “almeno una volta a settimana”, il che avrebbe drasticamente diluito i dati del campione: oggi, infatti, non sarebbe facile trovare qualcuno che usi lo smartphone solo una volta ogni sette giorni. Infine, non era stato incluso nell’indagine l’uso di telefoni cordless (che incidono altrettanto a livello biologico) e non si considerava la ipsilateralità – il fatto che causa ed effetti si verifichino dallo stesso lato – diluendo il dato campione fino al 50%.

Seminare confusione e produrre dubbi è una strategia ben nota utilizzata, in precedenza anche dall’industria del tabacco e da altre (ad es. quella dei dolcificanti). Una scheda informativa dell’OMS pubblicata a giugno 2011, poco dopo la decisione della IARC di classificare i campi a radiofrequenza come “possibili cancerogeni per l’uomo”, affermava che “fino ad oggi, non sono stati accertati effetti nocivi sulla salute causati tramite cellulare”. Questa affermazione contraddiceva la valutazione della IARC (che fa parte dell’OMS!) e non era basata su prove.

La notizia che anche per l’OMS i cellulari possono causare il cancro si farà attendere ben 6 anni dopo l’annuncio in merito della IARC, che dipende dalla stessa OMS.

Inoltre, scrive ancora Hardell, “i due organismi internazionali che fissano le linee guida sull’esposizione per i lavoratori e per il pubblico generale – cioè la Commissione internazionale per la Protezione dalle radiazioni non ionizzanti (ICNIRP) e l’Istituto di Ingegneri Elettrici ed Elettronici (IEEE) – sono, la prima, un’organizzazione privata (ONG) con sede in Germania che seleziona i propri membri e la sua fonte di finanziamento è non dichiarata; la seconda, invece, è la federazione di ingegneri più potente del mondo”. Più chiaro di così.

Secondo Hardell, “i membri della IEEE sono (o sono stati) impiegati in aziende o organizzazioni che sono produttori o utenti di tecnologie che dipendono dalle radiazioni elettromagnetiche, come ad esempio le società elettriche, l’industria delle telecomunicazioni e le organizzazioni militari”. Inoltre, spiega ancora Hardell nel suo articolo utilissimo a far luce sull’argomento, “l’IEEE ha per decenni privilegiato gli sforzi di lobbying internazionale, rivolti specialmente all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)”. Il che pare spiegare molte cose.

L’abstract di uno dei due esemplari articoli in cui lo stimato scienziato Lennart Hardell spiega i conflitti di interesse del “sistema”.

Il professor Leif G. Salford, neuro-oncologo svedese che ha diretto la ricerca sugli effetti delle emissioni elettromagnetiche dei cellulari presso l’Università di Lund, afferma senza mezzi termini in un’intervista che “i giganti delle telecomunicazioni che fabbricano e commercializzano telefoni cellulari costruiscono le torri con le antenne per la telefonia cellulare e spendono milioni di dollari in pubblicità, pubblicano dichiarazioni e manipolano i media ripetendo all’infinito che i telefoni cellulari sono sicuri e non causano danni alla salute”.

“Ma la maggior parte degli studi da essi finanziati o in qualche modo controllati”, spiega Salford, “non hanno esaminato le vere domande: qual è l’effetto a lungo termine sul corpo umano dalle radiazioni dei telefoni cellulari? Quale interferenza biologica si verifica dall’esposizione alla radiazione a microonde pulsata a bassa intensità non termica emessa dai telefoni cellulari? Ed i produttori di telefoni cellulari sono riusciti a influenzare le agenzie nazionali e internazionali affinché ignorassero i pericoli”. Insomma, conferma quanto detto da Hardell.

Ma da alcuni anni la situazione sta cambiando, principalmente a causa degli utenti di telefoni cellulari e di router Wi-Fi, i quali soffrono gli effetti delle radiazioni elettromagnetiche a radiofrequenza in numero sempre crescente e riportano i sintomi avvertiti ai loro medici. Ricercatori coraggiosi e studi finanziati privatamente stanno già da anni riconoscendo chiaramente gli aumenti statistici di gravi disturbi della salute tra gli utenti di telefoni cellulari, segnalandoli alla comunità scientifica.

Nuovi studi scientifici stanno ora individuando le domande pertinenti ed i rischi reali dell’uso frequente ed a lungo termine dei telefoni cellulari. Essi mostrano che anche bassi livelli di microonde causano danni biologici di vario tipo che possono portare a conseguenze sanitarie, che vanno dall’elettrosensibilità a una serie di patologie croniche. Salford afferma che “l’esposizione volontaria del cervello alle microonde dei telefoni cellulari portatili è il più grande esperimento biologico umano di sempre”.

Salford stesso ha scoperto, presso il suo Dipartimento di neurochirurgia, che le radiazioni dei telefoni cellulari danneggiano i neuroni nei ratti, in particolare quelli associati alla memoria e all’apprendimento. Il danno si è verificato dopo un’esposizione di appena due ore. Salford ha anche scoperto che i campi elettromagnetici provocano fori nella barriera tra il sistema circolatorio e il cervello nei ratti. La figura qui sotto li mostra bene ed è impressionante. Questi buchi nella barriera emato-encefalica permettono alle molecole tossiche dal sangue di filtrare nell’ambiente ultra-stabile del cervello. Uno dei risultati potenziali è la demenza.

Le prove dei buchi nella barriera emato-encefalica dei ratti prima (in alto) e dopo (in basso) l’esposizione alle radiazioni dei telefoni cellulari trovate dal neurochirurgo Leif Salford. (fonte: Salford et al., 2003)

Gli effetti dei campi elettromagnetici a bassa frequenza

Le opinioni dei ricercatori sull’influenza delle onde elettromagnetiche a bassa frequenza sugli organismi viventi sono state a lungo divise, almeno per quanto riguarda i possibili effetti più gravi sull’uomo. Ciò può essere illustrato dal fatto che, dal 1980 al 2002, sono stati pubblicati oltre 200 studi epidemiologici sugli effetti dei campi elettromagnetici generati da elettrodotti, o linee elettriche, sugli esseri umani. Circa il 60% di essi non indicava effetti negativi di questi campi, mentre il restante 40% riportava alcuni effetti correlati statisticamente con la vicinanza a tali sorgenti (fra cui leucemie e altri tipi di cancro).

La pericolosità dei campi a bassa frequenza è stata a lungo dibattuta. Oggi cominciano a emergere delle novità (e verità) importanti.

La cosa non stupisce. Quando un organismo è esposto a campi a bassa frequenza (ad es. a 50 o 60 Hz), le relative onde elettromagnetiche sono in grado di passare attraverso il corpo provocando all’interno dell’organismo un flusso di corrente elettrica, che può causare delle importanti alterazioni nelle normali funzioni biologiche. Queste correnti indotte si sovrappongono a quelle endogene, cioè generate dallo stesso organismo umano durante il suo normale funzionamento. Ciò può pertanto causare nell’uomo effetti acuti ed effetti cronici.

Ricordiamo che gli effetti sulla salute si distinguono in due categorie: effetti acuti: sono conseguenti a esposizioni di breve durata e alta intensità; effetti a lungo termine: possono derivare da esposizioni prolungate nel tempo anche di lieve intensità. Gli effetti acuti si manifestano nel caso di intensità elevate del campo magnetico, cioè a livelli di campo magnetico oltre 100 µT e provocano la stimolazione di nervi e muscoli nonché variazioni nell’eccitazione delle cellule del sistema nervoso centrale.

Per quanto riguarda sempre gli effetti acuti, essi sono stati segnalati sul sistema visivo e sul sistema nervoso centrale, nonché sotto forma di disturbi cardiaci (extrasistole e fibrillazione ventricolare); inoltre sono stati riscontrati sintomi quali cefalea, insonnia, affaticamento, in presenza di campi elettromagnetici (sia di bassa che di alta frequenza) al di sotto dei limiti di legge raccomandati per la protezione dagli effetti acuti. Tale effetto viene denominato “ipersensibilità elettromagnetica” (EHS) o, più comunemente, elettrosensibilità.

La differenza fra la risonanza magnetica funzionale di un individuo normale (a destra) e di uno elettrosensibile (a sinistra). (Fonte: Heuser, 2017)

Per quanto riguarda gli effetti cronici, o a lungo termine, il rischio sul quale si è focalizzata l’attenzione dei ricercatori e dell’opinione pubblica è la possibilità che l’esposizione a radiazioni non ionizzanti possa indurre la comparsa di tumori, sulla base dei risultati di una serie di indagini epidemiologiche. Numerosi studi hanno in effetti evidenziato un aumentato rischio di leucemia a partire da un determinato valore di campo magnetico (0,3-0,4 μT). Alcuni altri studi non hanno confermato tale evidenza.

Nel 2002, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha perciò classificato i campi elettromagnetici a bassa frequenza tra gli “agenti possibili cancerogeni per l’uomo” (gruppo 2B). Infatti, l’Agenzia ritiene (per l’esattezza, riteneva, dato che tali valutazioni risalgono ai dati disponibili più di 15 anni fa, ormai “vecchi”) che “la relazione epidemiologica causa-effetto tra esposizione e malattia possa essere credibile ma, allo stato attuale delle conoscenze (2002) ed in assenza di un supporto proveniente da studi di laboratorio, non è possibile escludere con certezza altre spiegazioni dell’associazione osservata”.

Nel frattempo, però, sono passati più di 16 anni e le cose sono alquanto cambiate anche per le basse frequenze. La ricerca cosiddetta “epidemiologica”, infatti, riguarda l’osservazione di individui umani che sono stati esposti a maggiori radiazioni elettromagnetiche per periodi di tempo più lunghi, come i lavoratori delle ferrovie o le persone che vivono nelle vicinanze degli elettrodotti. D’altra parte, esiste anche la ricerca cosiddetta “sperimentale”, che riguarda specifici organismi modello (cellule o animali) selezionati ed è stata condotta molto più spesso rispetto agli studi epidemiologici, con risultati molto interessanti.

Gli studi di laboratorio effettuati negli ultimi vent’anni hanno indicato che i campi elettrici e magnetici alla frequenza di rete non hanno effetti mutageni, cioè di per sé non provocano il cancro. Tuttavia, alcuni studi effettuati in vitro sulle cellule e in vivo sugli animali sembrano indicare che i campi magnetici a frequenza di rete (50 o 60 Hz) possano agire piuttosto come promotori oppure co-promotori del cancro nelle cellule che sono già state avviate in tale processo. Il meccanismo indiziato di esercitare tale effetto sarebbe il calo del livello di melatonina nel sangue, un ormone che ha una funzione oncostatica.

I campi magnetici a bassa frequenza sono co-promotori del cancro, forse in quanto alterano il livello di melatonina, che è un ormone oncostatico.

Ad esempio, uno studio dell’Istituto Ramazzini, pubblicato nel 2016, ha trovato per la prima volta che l’esposizione di ratti per l’intera vita (dal periodo prenatale fino alla morte naturale) a un campo magnetico a 50 Hz ad alta intensità (1000 μT) e ad un basso dosaggio acuto di radiazione gamma (0,1 Gy, cioè simile a quello di una TAC) induce effetti cancerogeni: cancro mammario, leucemia e schwannoma maligno del cuore. “Il risultato da noi ottenuto”, concludono gli autori Soffritti et al., “richiede una rivalutazione della sicurezza delle radiazioni e.m. (a bassa frequenza, ndr), specie in questo momento in cui vi è una pressione per passare dalla mobilità convenzionale basata sui carburanti alla mobilità elettrica”.

L’importante e recente studio dell’Istituto Ramazzini sugli effetti in animali di laboratorio dei campi magnetici a frequenza di rete (50 Hz).

 

Riferimenti bibliografici

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