Esposizione al rumore sul lavoro: effetti acuti e cronici

La perdita dell’udito come risultato dell’esposizione professionale è una delle malattie più comuni correlate al lavoro. Infatti, ogni anno negli Stati Uniti oltre 20 milioni di lavoratori sono esposti a rumori pericolosi. Anche in Europa i numeri assoluti risultano essere altrettanto rilevanti.

Coloro che svolgono determinate occupazioni hanno un rischio maggiore di sviluppare la perdita dell’udito a causa della natura del loro lavoro. Ad esempio, i musicisti, i minatori e gli addetti alla manifattura e alla costruzione possono essere esposti a livelli di rumore più alti e più costanti, e in generale chi lavora in ambienti industriali risulta più facilmente esposto a livelli sonori pericolosi.

L’orecchio, infatti, può essere esposto per brevi periodi a un livello sonoro superiore a 120 dB senza danno permanente, anche se con disagio e forse dolore; ma un’esposizione a lungo termine a livelli sonori superiori a 80 dB può causare una perdita uditiva permanente. Pertanto, nella perdita di udito indotta dal rumore soccorre distinguere fra trauma “acuto” e “cronico”.

Il trauma acustico acuto si riferisce ai danni cocleari permanenti prodotti da un’esposizione una tantum e per un tempo molto breve ad una pressione sonora eccessiva: ad esempio, di 140-160 dB. Questa forma di effetto prodotto deriva generalmente dall’esposizione a suoni ad alta intensità come esplosioni, colpi di pistola, un grande tamburo colpito forte, scoppio di petardi, etc.

Se invece il rumore non è eccessivo (ad es. 80, 85 o 90 dB), impiegherà anni a danneggiare l’udito di una persona, e si parla in tal caso di trauma acustico cronico. Lo sviluppo graduale di questo effetto può essere dovuto a molteplici esposizioni al rumore eccessivo sul posto di lavoro od all’esposizione a qualsiasi fonte ripetitiva e frequente di suoni a volume eccessivo, come gli impianti di musica stereo in casa e nei veicoli, i concerti, i locali notturni ed i lettori multimediali personali.

La soglia di disagio è il livello di rumorosità a partire dal quale il suono comincia ad essere avvertito come “troppo forte” e quindi doloroso da un individuo. I lavoratori dell’industria tendono ad avere una soglia di disagio più elevata (cioè i suoni devono essere più forti per essere avvertiti come dolorosi rispetto ai lavoratori non dell’industria), ma il suono è altrettanto dannoso per le orecchie.

Esiste un’ampia letteratura la quale suggerisce che l’esposizione al rumore industriale possa causare la perdita dell’udito. Ed i lavoratori operanti nell’industria spesso soffrono di perdita di udito proprio perché la soglia di disagio non costituisce un indicatore rilevante della nocività di un suono. Per tale ragione, un datore di lavoro deve attuare programmi di conservazione dell’udito per i propri dipendenti se il livello di rumore del posto di lavoro è pari o superiore a una determinata soglia.

Ma un discorso sostanzialmente simile si applica per le varie occupazioni più suscettibili alla perdita dell’udito: lavoratori nel campo dell’agricoltura o dei trasporti, operai nel settore delle costruzioni in quello manifatturiero, minatori, militari, musicisti, direttori d’orchestra, etc.

In particolare, i musicisti – dalle classiche orchestre ai gruppi rock – sono esposti a grandi livelli di intensità sonora. Alcuni musicisti rock sperimentano la perdita di udito causata dal rumore dalla loro musica e alcuni studi hanno trovato che “i musicisti sinfonici soffrono di problemi di udito e che la disfunzione può essere attribuita alla musica sinfonica”. Per ragioni analoghe, riproduttori musicali, discoteche, concerti ed eventi musicali dal vivo possono essere pericolosi per l’udito dei giovani.

La differenza tra i musicisti ed altri tipi di lavoratori è che i primi non possono indossare dispositivi per la protezione uditiva anche se il livello sonoro e la durata di esposizione sono elevati. D’altra parte, uno studio di rassegna uscito nel 2012 ha trovato scarse evidenze che la legislazione per ridurre il rumore sul posto di lavoro abbia avuto successo nel ridurre l’esposizione sia sul breve che sul lungo termine. Dunque, la perdita di udito nelle attività professionali si può considerare ancora un problema aperto.

Gli impatti aggravanti possono anche portare alla depressione, soprattutto se l’alterazione dell’udito porta all’affaticamento. La ricerca suggerisce che coloro che soffrono di danno o di perdita dell’udito possono avere un rischio maggiore di deterioramento della qualità della vita: infatti, non si ha solo la perdita dei suoni della natura, ma anche dei benefici sociali interpersonali. In pratica, come diceva Helen Keller: “La cecità ci taglia fuori dalle cose, ma la sordità ci taglia fuori dalle persone”.

La perdita di udito viene tipicamente quantificata dai risultati di un audiogramma. Tuttavia, il grado di perdita dell’udito così determinato non può misurare l’impatto sulla propria qualità di vita. L’impatto che la perdita di udito indotta dal rumore può avere sulla vita quotidiana e sulla funzione psicosociale può essere valutato e quantificato utilizzando come strumento un questionario validato.

 

Riferimenti bibliografici:

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