Inquinamento radioattivo in Italia: le aree a rischio

L’Italia ha solo 4 centrali nucleari di potenza – site a Trino Vercellese, Caorso, Latina, e sul Garigliano – e sono tutte chiuse da anni a seguito del referendum del 1987 o per raggiunto limite di età, per cui non presentano più potenziali rischi di incidenti con fallout regionale o globale, ma solo quelli legati al decommissioning od a problemi passati. Tuttavia, questo è solo un quadro parziale.

Infatti, in Italia vi sono almeno 90 strutture autorizzate all’uso di sorgenti radioattive: dai reattori nucleari “minori” di Università e Centri di ricerca agli impianti di irraggiamento radioattivo, dagli acceleratori per usi industriali e di ricerca ai ciclotroni per la PET, dai laboratori ai depositi di rifiuti radioattivi. Difatti, il D.Lgs. 230/95, e successive modifiche e integrazioni, prevedono l’obbligo di nullaosta preventivo per la detenzione e l’utilizzazione di materiali radioattivi e per i depositi di rifiuti radioattivi.

Le varie tipologie di strutture autorizzate all’utilizzo di sorgenti radioattive (fonte: ISPRA).

 

Alcuni degli impianti e delle sorgenti

Oggi, in Italia, sono in esercizio solo quattro reattori di ricerca: il reattore AGN 201 “Costanza” installato presso il Politecnico dell’Università di Palermo utilizzato a scopo didattico; i reattori TRIGA RC-1 (1 MW) e TAPIRO (5 kW) del centro ENEA della Casaccia, impiegati per ricerche nel campo della fisica dei solidi e della fisica nucleare e per applicazioni nel campo medico-biologico; infine un reattore TRIGA MARK II presso l’Università di Pavia, della potenza termica di 250 kW in regime stazionario e 250 MW in regime pulsato, utilizzato per irraggiamenti neutronici di materiali e, in qualche caso, a scopo medico.

Elenco degli impianti e dei reattori nucleari italiani (fonte: Annuario ISPRA 2016).

Nel frattempo, sono in corso le attività – in fase più o meno avanzata a seconda degli impianti – connesse alla disattivazione delle installazioni e alla messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi derivanti dal pregresso esercizio delle 4 grandi centrali nucleari dismesse. Nel deposito Avogadro, della FIAT AVIO, ubicato nel sito di Saluggia (VC) sono immagazzinati tutti gli elementi di combustibile irraggiato provenienti dalla Centrale del Garigliano e una parte di quelli provenienti dalla Centrale di Trino.

Infatti, i 7-8.000 metri cubi di rifiuti radioattivi ad alta attività delle quattro centrali di potenza e di altri impianti minori dismessi si trovano ancora in siti provvisori, in attesa di essere spostati nel Deposito Nazionale Unico, per il quale si sta valutando il sito di Scansano Ionico (MT).  Inoltre, oggi i 25-30mila metri cubi di rifiuti radioattivi a media e bassa attività – ad es. quelli degli ospedali – sono disseminati in tutta Italia in una ventina di depositi e siti diversi e in altri minori, per esempio gli stoccaggi provvisori degli ospedali. Perciò, tranne i sardi, ogni italiano ha in media almeno un deposito di scorie nucleari o uno stoccaggio minore a meno di cento chilometri da casa.

Vi è poi il rischio legato alle armi: in particolare, alle almeno 70 bombe nucleari B-61 conservate dagli USA in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre) e alle armi all’uranio impoverito usate nel poligono di Quirra, in Sardegna, una zona in cui le cronache locali riportano numerosi casi di tumori e di malformazioni. E quello legato alle strutture di deposito di rifiuti radioattivi, molte delle quali presenti all’interno delle installazioni civili e militari stesse. Per non parlare dei radioisotopi usati nei centri ospedalieri e diagnostici, che pongono anch’essi potenziali problemi legati al trasporto dei materiali e dei rifiuti radioattivi.

Vi è poi tutto il capitolo degli smaltimenti illeciti di rifiuti radioattivi, il quale fa sì che vi siano discariche abusive contenenti anche rifiuti radioattivi già scoperte – è il caso, ad es., della “Terra dei Fuochi” – e, probabilmente, altre ancora da individuare, e magari navi affondate giacenti in fondo al mare con fusti di materiali radioattivi. Già nel 1997, infatti, Greenpeace aveva denunciato un mercato clandestino dello smaltimento incontrollato di rifiuti, radioattivi e non, che aveva tentato di smaltire illecitamente rifiuti nucleari e tossici nei paesi in via di sviluppo, oppure seppellendoli nei fondali marini.

Il caso della centrale del Garigliano

Per quanto riguarda la contaminazione radioattiva sul territorio italiano – che, a parte gli eventi su scala globale cui è dedicato un articolo a parte, verosimilmente riguarda solo un’area limitata intorno ad alcune sorgenti illegali o legali ma non correttamente gestite – merita senz’altro una menzione particolare il caso “storico” della Centrale nucleare del Garigliano, al confine fra il Lazio e la Campania, entrata in funzione nel giugno 1964 ed utilizzante uranio (208 barre, di cui 72 sostituite fra il 1968 e il 1975 con barre di plutonio, un materiale la cui dose letale è di 1/10 di milligrammo).

La centrale nucleare del Garigliano, chiusa dal 1982.

Come spiega in dettaglio Emiliano Di Marco in uno dei tanti articoli sul’argomento, nei 15 anni di attività, la centrale avrebbe immesso nell’aria 36 metri cubi all’ora di vapore venuto a contatto con le barre di uranio e “sfuggito” ai filtri del camino (efficienza 99,97%), il quale immetteva nell’aria 120.000 metri cubi di sostanze aeriformi ogni ora. Essa avrebbe inoltre collezionato una dozzina di incidenti di varia entità documentati dagli ambientalisti locali: fra questi episodi spicca l’esondazione del Garigliano del 1976, con l’acqua che entra a contatto con materiale radioattivo e contamina l’area di mare circostante, ed altri, nel 1972 e 1976, in cui vi sarebbe stata addirittura un’esplosione coinvolgente i filtri, con relative conseguenze.

Inoltre, a partire dal 1972, si sarebbe notato un progressivo aumento dei casi di cancro, leucemie e malformazioni congenite nell’area del “cratere nucleare” . In particolare, lincidenza di tumori e leucemie nella piana del Garigliano, secondo i dati raccolti e pubblicati da Marcantonio Tibaldi (un avvocato e ambientalista che ha dedicato 40 anni della sua vita per denunciare i danni causati dalla centrale), sarebbe all’incirca raddoppiata dopo l’entrata in funzione della centrale – con una maggiore percentuale nelle località più vicine alla centrale – e dopo la chiusura della centrale sarebbe addirittura triplicata rispetto ai valori pre-apertura. Ma, ad oggi, nessuno studio epidemiologico, neppure retrospettivo, sarebbe stato fatto dal Ministero della Sanità, e in quelle zone non è stato ancora attivato il Registro tumori.

Nel 2013, un medico che ha lavorato per 7 anni presso l’ospedale di Sessa Aurunca tra il 1992 e la fine del 1998 ha scritto, intervenendo sull’argomento: “nel reparto dove ero (Chirurgia Generale) vi era un’incidenza delle patologie tumorali in giovani che superavano già allora il 10 per cento della media nazionale e non solo. E parliamo di una serie di patologie tumorali correlabili alla centrale, poiché erano tipiche patologie da esposizione ad agenti radioattivi. Per quanto si cercasse di addossarne la responsabilità ad altri elementi inquinanti, quali gli anti-parassitari, per non allarmare le popolazioni, bisogna dire che ben pochi credevano a questi tra chi viveva queste situazioni di malattia, e nessuno ci credeva tra chi ci lavorava ed aveva sott’occhio i dati e le patologia”.

Le malformazioni genetiche, secondo il dato relativo all’ospedale “Dono Svizzero” di Formia ripreso da Di Marco, sono anche in questo caso in crescendo: “passano da 5 (1971) a 6 (1974), a 12 (1976), a 13 (1978, 1979, 1980), per un totale di 90. Le malformazioni in questione – che comprendono casi di anecefalia, per non parlare dei numerosi casi di cardiopatia congenita – sono in genere: polidattilia e sindattilia, macrosomia, sindromi polimalformative da alterazioni cromosomiche, microcefalie, macrocefalie, schisi del palato, trisomie, acondroplasie,ipospadie balaniche, etc.”.

Del resto, da anni fra gli abitanti locali si parla di una serie di animali – in particolar modo vitelli, agnelli, pecore ma non solo – nati addirittura con due teste o con grosse malformazioni morfologiche o genetiche nell’area intorno alla centrale. La foto di una lucertola a due teste fotografata nella zona nel 2012 ha fatto anch’essa parecchio clamore, in quanto si tratterebbe di un fatto estremamente raro (si cita un caso in North Carolina nel 2008). Sul web esiste anche un impressionante video nel quale l’avvocato Tibaldi documentava e denunciava, anni or sono, le anomalie sugli animali e sugli ortaggi.

Una lucertola a due teste fotografata nel 2012 nei dintorni della centrale del Garigliano.

Già una relazione del 1983 su quattro campagne di misura condotte dall’ENEA, tra il 1980 ed il 1982, su un’area di 1700 kmq documentava l’azione di contaminazione radioattiva – legata ai radionuclidi di cesio-137 e cobalto-60 – dell’area del golfo di Gaeta a seguito dei rilasci degli effluenti liquidi della centrale del Garigliano, e valori di plutonio fino a 4 volte superiori alle deposizioni da fallout storici (pari a 81 Bq/mq a queste latitudini). Misurazioni più recenti (2013-2014) sulla radioattività ambientale nelle aree circostanti la centrale sono state effettuate dall’ISPRA e raccolte in un report pubblico.

Mappatura del radon in Italia

Per quanto riguarda invece il gas radon – che è il principale responsabile del fondo naturale di radiazioni ionizzanti – esso può localmente assumere valori che richiedono un qualche tipo di intervento. Vale quindi la pena di approfondire l’argomento per capire quali zone del Paese sono più a rischio.

Secondo un’indagine condotta dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (APAT) negli anni 1989-1997, in Italia il valore medio nazionale di concentrazione del radon nelle abitazioni è pari a 70+/-1 Bq/mc, un valore superiore alla media mondiale, pari a circa 40 Bq/mc. Si reputa che i risultati di quell’indagine nazionale siano, ad oggi, ancora validi, in quanto, nonostante la forte variabilità locale dei livelli di radon, la media nazionale e le medie annuali regionali sono ritenute stabili nel tempo.

La figura qui sotto mostra i livelli medi di concentrazione del radon indoor in Italia per regione. Le regioni sono indicate in colore diverso a seconda del livello medio di concentrazione di radon rilevato. La scelta del numero di abitazioni e della loro distribuzione sul territorio è stata fatta per ogni regione tenendo conto della popolazione totale e della dimensione dei centri abitati, in modo da ottenere dati utili alla valutazione della concentrazione media sull’intero territorio nazionale.

I livelli medi di concentrazione indoor del radon (isotopo Rn-122) in Italia.

Il rischio di sviluppare un cancro al polmone per il radon con un’esposizione di 30 anni aumenta di circa il 16% ogni 100 Bq/mc di concentrazione del radon. Quindi il rischio raddoppia a circa 600 Bq/mc. La gran parte della popolazione italiana è esposta in media a 100 Bq/mc, circa il 4% è esposto a concentrazioni medie superiori a 200 Bq/mc e circa l’1% a concentrazioni medie superiori a 400 Bq/mc.

La notevole differenza tra le medie delle regioni è dovuta principalmente alle differenti caratteristiche geologiche del suolo, che rappresenta la principale sorgente di radon. Si sottolinea che all’interno delle singole regioni sono possibili variazioni  locali, anche notevoli, della concentrazione di radon, pertanto il valore della concentrazione media regionale non fornisce purtroppo indicazioni utili riguardo la concentrazione di radon presente nelle singole abitazioni.

Indagine nazionale sul radon nelle abitazioni (1989-1997). (fonte: Annuario ISPRA 2016)

Negli ultimi anni, in diverse regioni sono state intraprese campagne per affinare la conoscenza dei livelli di concentrazione di radon presenti nelle diverse parti del territorio. Queste attività vanno anche incontro a quanto previsto dalla normativa, che richiede alle Regioni e Province Autonome di individuare le zone del proprio territorio ad elevata probabilità di alte concentrazioni di radon (radon prone areas), sulla base di dati già disponibili e dei risultati di apposite campagne di indagine. In ogni Regione sono state inoltre realizzate campagne rivolte ad aree più limitate, come singole città o contesti geografici specifici.

La situazione delle attività in corso in Italia nelle varie Regioni è purtroppo fortemente disomogenea, a macchia di leopardo, ed alcune sono parecchio indietro (v. figura). In attesa della definizione a livello nazionale dei criteri per la mappatura territoriale del radon le azioni di caratterizzazione delle varie regioni sono basate su una suddivisione del territorio in maglie geometriche regolari, sulla ripartizione comunale, sulle caratteristiche geologiche dei terreni, o su una combinazione di questi approcci.

Regioni e Province che hanno prodotto mappe del radon. (fonte: Annuario ISPRA 2016)

Tali indagini hanno consentito di elaborare carte tematiche nelle quali sono rappresentate aree con una differenziata incidenza del fenomeno. Esse non devono essere intese come indicative della concentrazione di radon in singoli edifici o utilizzate per individuare aree nelle quali ritenere di escludere l’opportunità di effettuare la misura di radon. Alte concentrazioni di radon si possono riscontrare in tutto il territorio, anche in aree definite a bassa concentrazione o a bassa probabilità di riscontrare alte concentrazioni, e il solo modo di conoscere la concentrazione di radon è la misura diretta.

 

Riferimenti bibliografici:



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